di Edoardo Vezzi

 

Kenneth Branagh torna dietro la cinepresa (e anche davanti) per dirigere un nuovo capitolo sul famoso investigatore belga, tratto dai libri di Agatha Christie. Nella nuova pellicola dal sapore retrò, Branagh, che interpreta proprio Poirot, fa di nuovo suo il personaggio, tratteggiandone in maniera più marcata la drammaticità emotiva. “Assassinio sul Nilo”, però, nasconde dietro una elegante atmosfera vintage un lavoro poco incisivo, rimanendo uno splendido esercizio di stile, senza però lasciare il segno.

La trama di “Assassinio sul Nilo”

Il film inizia con una breve sequenza in bianco e nero – che riprende forse il recente “Belfast” dello stesso regista – ambientata nel 1914. Durante una missione apparentemente suicida, il giovane soldato, ancora lontano dall’investigatore che conosciamo, mostra un assaggio della sua astuzia che permette di raggiungere l’obiettivo senza grosse perdite. Con lo scoppio di una granata, però, il suo volto viene gravemente deturpato.

Nel 1937, durante una vacanza in Egitto, Hercule Poirot viene invitato alla luna di miele di due novelli sposi, l’ereditiera Linnet Ridgeway (Gal Gadot) e il marito Simon Doyle (Armie Hammer), con il compito di vegliare su di loro per paura che l’ossessione di Jacqueline de Bellefort (Emma Mackey), amica di Linnet e fidanzata proprio con Simon fino a qualche settimana prima, si trasformi in vendetta.

Il detective si ritrova alle prese con un gruppo di invitati che, per un motivo o per l’altro, potrebbe costituire un pericolo per la giovane ereditiera. Linnet ha paura: “quando sei così ricca nessuno ti è veramente amico”, confida a Poirot. Con le premesse del classico giallo alla Christie si sviluppa così la storia dell’“Assassinio sul Nilo”.

Un personaggio tormentato in un film che funziona di meno

Quello che Branagh cuce intorno al suo Poirot è un personaggio tormentato dal passato, che riversa la sua recondita tristezza nel suo lavoro, dove sa – e si vanta – di essere il migliore. L’ossessiva ricerca della verità, la sua dedizione verso il lavoro, mascherano in realtà un cuore infranto. Esternamente gode della fama acquisita, di come tutti lo reputino brillante, ma quello che desidera è riposare, occupare la mente in altro modo, con l’amore, la normalità e una monotona quotidianità.

Scopriamo Poirot e il suo lato sensibile, ma intorno a lui la pellicola sembra stazionare in un tempo dilatato, dove ci si aspetta con impazienza un cambio di passo che però non avviene. Nell’elegante esercizio di stile il cui aspetto può anche ingannare, non si trova quella tensione o quel mistero che dovrebbe portare lo spettatore a seguire la vicenda con il fiato sospeso.

Quello che manca è la possibilità di giocare con gli indizi e con Poirot, per capire chi è il colpevole. Certo, lo spettatore non è in sala per giocare a Cluedo, ma cercare di capire come ragiona il protagonista, come si muovono i diversi personaggi, capirne i moventi è parte dei gialli classici.

Il film resta senz’altro godibile, ma risulta essere meno coinvolgente del primo capitolo “Assassinio sull’Orient-Express”, in cui ad una appagante scenografia si univa con più facilità una trama coinvolgente.

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