di Paola Tirittico

 

La sirena Leucosia giace trasformata in scoglio dall’indifferenza di Ulisse che passò indenne e incurante del suo canto ammaliatore.

E più giù c’è Palinuro, nocchiero di Enea, tradito dal dio Sonno e morto nelle acque del capo che porta il suo nome.

Miti e leggende che rendono questa terra così affascinante, ricca di suggestioni e di storia: il Cilento.

Tutte le grandi civiltà del Mediterraneo sono passate di qui ed ognuna ha lasciato grandi testimonianze, fondato città, tramandato ai posteri la propria cultura fatta di mitologia, dei che interagiscono con gli uomini, arte, edifici, culti di cui è impregnata la nostra stessa civiltà.

Impossibile quindi non rimanere affascinati dal Parco Archeologico di Paestum, oggetto di scavi e di studi approfonditi nella seconda metà del secolo scorso, ma fino al 1970 più sfondo per i pastori, che qui pascolavano le loro greggi, che area protetta e valorizzata.

Oggi, grazie al lavoro di studio di grandi ed appassionati archeologi e a campagne di scavo che hanno portato alla luce tombe e case, sappiamo molto di più della vita di questa importante città, fondata nel 600 a.c. dai greci scappati da Sibari e punto nevralgico dei commerci del mar Tirreno. Viene battezzata Poseidonia, dedicata al dio del mare Poseidon, ma è presto conquistata dai Lucani, per finire poi colonia romana nel 273 a.c. con il nome di Paestum. Durante l’età imperiale comincia la sua lunga decadenza che porterà al completo abbandono della città dopo l’impaludamento del suo porto.

I templi, che avevano stupito anche Goethe nel suo Grand Tour, mantengono intatto il loro fascino, ma la vera scoperta è il Museo, rivitalizzato, modernizzato e reso fruibile dal giovane direttore Gabriel Zuchtriegel, archeologo tedesco, naturalizzato italiano e profondo conoscitore della civiltà della Magna Grecia.

Il Museo è un piccolo gioiello che valorizza i pregevoli reperti, unici in tutto il bacino del Mediterraneo per bellezza e stato di conservazione.

E’ il caso delle metope del tempio di Hera sul fiume Sele, santuario dedicato alla dea sposa di Zeus che per secoli ha protetto i naviganti ma anche, come madre di tutti gli dei, è stata invocata per la fertilità e rappresentata con un melograno in mano, così come oggi, a pochi passi dalle rovine, si venera la Madonna del granato con lo stesso simbolo del melograno. 

Da questo tempio arrivano le metope, scolpite intorno al 570 a.c. e ritrovate negli scavi tra il 1934 e il 1940,  conservate perfettamente e con cicli di racconti antichissimi, le stesse storie cantate da Omero o tramandate dalla mitologia.

Il santuario sorgeva sul fiume Sele, naturale confine tra le terre occupate dagli Etruschi a nord, ed i nuovi insediamenti greci.  Un tempio che era un confine ma anche un varco di accesso, un punto di contatto tra due grandi civiltà, un nodo di scambi.  Un intreccio di popoli che navigando si scambiavano usi, costumi, dei e leggende.

Le altre sale del Museo sono poi occupate da tombe affrescate che lasciano a bocca aperta per i colori vivi, che possiamo ammirare da vicino grazie ad un allestimento che li valorizza, dando l’impressione di poterli quasi toccare, di essere a tu per tu con l’antichità.  Si tratta della celebre tomba del tuffatore, la più antica testimonianza di pittura greca arrivata fino a noi con i colori originali, con il suo banchetto ed il morto raffigurato mentre si tuffa senza timore nella nuova vita dell’aldilà.

Scoperta nel 1968, risale al decennio compreso tra il 480 e il 470 a.c., proprio quando la città è nel massimo della sua espansione e costruisce anche i suoi templi.

Ma dopo i greci anche i Lucani hanno lasciato tombe dipinte attraverso le quali possiamo ammirare la loro arte e quotidianità.  Insomma, questo piccolo museo è davvero uno scrigno del tesoro e molti sono i progetti che lo coinvolgono, per poter mettere in mostra gli altri reperti ritrovati negli scavi e oggi non ancora visibili.

L’idea è infatti quella di utilizzare l’area dell’ex stabilimento Cirio per ampliare il museo e contemporaneamente avviare altre campagne di scavo perché ancora molto c’è da scoprire su quest’area crocevia di tanta civiltà.

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