In occasione del ritorno in sala dei migliori film di Wong Kar-wai in versione restaurata, in 4k e lingua originale, QuartaParete ha voluto dedicare al regista cinese e ai suoi lavori diversi articoli, per scoprire un cinema d’autore poco conosciuto e seguito in Italia ma che ha raggiunto un enorme successo internazionale.
“Angeli Perduti” è uscito nel 1995, sull’onda della fama seguita all’uscita del precedente “Hong Kong Express” (di cui avevamo parlato qui) e si può parlare quasi di una costola del film precedente. Kar-wai aveva, infatti, pensato a un unico film, diviso in tre episodi. I primi due, già troppo estesi, avevano dato forma a “Hong Kong Express”, il terzo, a cui è stato poi aggiunto un quarto, compone invece “Angeli Perduti”.
Lo stile non cambia e l’estetica cinematografica prosegue il suo corso verso una Hong Kong protagonista con le sue luci al neon, la sua vita frenetica e il tempo che ne scandisce il movimento. Un tempo impercettibile, quasi sospeso, lontano dalla concezione normale che ne abbiamo. Se da un lato si scorgono molte similitudini, estetiche e non (ci torneremo), dall’altro si possono analizzare anche delle differenze evidenti.
La regia qua è, infatti, caratterizzata da un grandangolo spropositato e da una camera a spalla che, oltre a evidenziare il movimento perpetuo dei protagonisti, vuole ricreare un effetto claustrofobico. Ci si ritrova catapultati in un non-luogo animato da personaggi ambigui, stravaganti, da cui è impossibile divincolarsi. L’effetto del regista ci costringe a essere costantemente spintonati, sballottolati, da una situazione all’altra, senza darci la possibilità di una tregua, anche visiva.
Come in “Hong Kong Express”, con cui vengono condivisi alcuni interpreti, le due storie principali si intrecciano lungo la narrazione, senza mai intersecarsi, però, in maniera netta. In una, un killer (Leon Lai) comincia a porsi delle domande sul suo lavoro, intrecciando un rapporto particolare con la sua agente (Michelle Reis), a cui si aggiunge una misteriosa donna bionda e passionale – un richiamo al film precedente – che lo destabilizzerà. Nell’altra, un uomo (Takeshi Kaneshiro) rimasto muto “a causa di una lattina di ananas scaduta” – ancora un collegamento evidente con “Hong Kong Express” – cerca di rimanere a galla sostenendo i lavori più disparati, introducendosi di notte nei negozi e costringendo le persone a mangiare il suo gelato, farsi tagliare i capelli da lui, ecc. In questo loop frenetico conosce Charlie (Charlie Yeung), che ha bisogno di una spalla su cui piangere (nel senso letterale, dopo un iniziale rifiuto stringe il giovane ragazzo a sé urlandogli che gli serve una spalla su cui piangere). Dal rapporto fra i due farà nascere qualcosa di estremamente emotivo nella mente di He, il ragazzo muto.
Wong kar-wai tratta alcuni temi già analizzati durante la sua carriera. Dall’incapacità comunicativa, all’attesa, dalle paure per le scadenze, all’incapacità di controllare il tempo che sfugge. Rispetto al film precedente, questo risulta più cupo e dark. Se prima, insieme al tema dell’abbandono e dell’amore fallito, si ritrova dell’ironia divertente, questa lascia ora il passo ad una percezione ancora più drammatica dell’esistenza che si intreccia al caos e all’isteria più estrema.