di Giorgia Leuratti

 

 

Dettagli. Fumo dentro, dietro, al di là del proscenio; si staglia sullo sfondo il grande armadio ligneo, pervaso da nebulose, scosso dal suo interno: si apre, di colpo, ne escono balzane figure; il loro incedere s’accorda col suono antico di un carillon.

Non è un carillon, e quello non è un armadio: mutuato ora in porta, ora in dimora, non è più oggetto ma varco, transito per mondi inconsueti.

E’ dalla foschia, dalla penombra traslucida che si origina “Alice”, saggio di diploma del corso di regia di Caterina Dazzi, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse dallo scorso 6 Ottobre.

Ed ecco che avanza il ragazzo dalla veste rosa, il ragazzo- Alice troppo grande per qualsiasi porta, troppo piccolo per qualsiasi chiave: catapultato in un mondo surreale non ha modo di tornare indietro.

Laddove, nell’oscurità, lo spazio si popola di eccentrici personaggi, procede il suo soliloquio come deragliato da uno strano sdoppiamento: la terza persona si fonde con la prima, da diretto il discorso si fa indiretto.

Biscotti modulatori di forme, stanze grondanti di lacrime, sulla testa un topo francese, “Non sono più io!”: nell’ossessiva rincorsa al Bianconiglio, Alice, divenuta abnorme, s’imbatte in uno strano battaglione: “Linciamola! Decapitiamola! Bruciamola!”

Eppure, errante Alice assiste a nuove comparse, flessuose metamorfosi: se il Brucaliffo, tra metafore e litoti, la spinge ad interrogarsi sull’identità rovesciata, è il gatto a preannunciarle come la follia riesca a scindere il corpo dalla testa per poi farlo svanire.

“Non tutto riguarda te Alice!” – non c’è tempo per rimuginare sulle voci che affollano la mente: sono il Cappellaio Matto e il Coniglio Marziale a far sprofondare la bambina nella gelatina del tempo, un tempo veloce e perenne a cui non piace esser battuto, un rintocco senza inizio e senza fine.

C’è un ghiro nella teiera, si moltiplicano le spirali di senso, i giochi di parole: se il significante della realtà si infrange con un significato ormai ribaltato, si addentrano nel luogo dell’artificio nuovi personaggi.

Culmine di un climax paradossale la Regina di cuori accusa Alice d’una presunta colpevolezza: si gioca a criket con i fenicotteri e i testimoni non sono altro che teste ma dove il sillogismo del reale subisce un rovesciamento, una premessa altrettanto bizzarra permane: non si può tornare indietro senza andare avanti.

Un’architettura parimenti folle ed armonica è il retroscena di uno spettacolo dove ognuno degli attori riesce a sprofondare nel suo personaggio garantendo di rimando la creazione di associazioni d’impatto nella mente dello spettatore.

Così come gli attori (Michele Eburnea, Luigi Fedele, Diego Giangrasso, Sara Mafodda, Alberto Penna, Marco Selvatico, Mersila Sokoli) prestano timbro e corpo all’evocazione di mondi, ugualmente profondo risulta l’intervento di Giulia Bartolini: la resa allucinatoria e pervasiva del testo di Lewis Carroll si pone come terreno fertile in assonanza con la regia di Caterina Dazzi, i costumi di Nika Campisi, il disegno e le luci di Luigi Biondi.

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