Il secondo appuntamento de “Le verità sospese” parte dal suicidio di Sergio Moroni per rianalizzare quei giorni milanesi che cambiarono la storia d’Italia
Al Teatro Argentina la finzione ha lasciato spazio alla realtà storica nella serata del 26 gennaio, con il secondo appuntamento del ciclo Le verità sospese, quattro incontri – il primo, dedicato alla figura del Generale Mori, era stato al Teatro Torlonia lo scorso 9 dicembre – dedicati ad altrettanti fatti della storia della Repubblica.
Suicidio d’accusa – il caso Moroni è stato l’occasione per tornare a parlare di Mani Pulite, l’inchiesta che in qualche modo scandì un prima e dopo importante nella storia politica, ma anche giudiziaria, di questo paese. Sul palco i giornalisti Alessandro Barbano e Goffredo Buccini, quest’ultimo all’epoca giovane cronista, guidati dal direttore artistico della Fondazione Teatro di Roma Luca de Fusco e accompagnati da Anna Ammirati.
La vicenda di Sergio Moroni, politico socialista morto suicida nella sua Brescia il 2 settembre 1992, è stato il punto di partenza per un approfondimento nuovo di Mani Pulite, visto col senno del poi di chi può parlarne trent’anni dopo.
Ad aprire la serata è la lettura, commovente, da parte di Anna Ammirati, della lettera che Moroni indirizzò a Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Camera.Da questo testamento civile e politico ha preso vita una serata in cui il caso Moroni è diventato solo parte di un tutto più ampio, allontanandosi dall’evento come singolo caso e passando all’insieme. Mani Pulite vista non più come vicenda giuridico-politica ma come questione umana.
La discussione tra Barbano e Buccini, rispettosa, attenta e competente, apre a una lettura di Mani Pulite come occasione mancata. Da un lato per la politica e la cittadinanza, perché se è vero che quel marcio c’era è vero anche che dopo non c’è stata la bella novità auspicata. Dall’altro per la magistratura, che, secondo Buccini, si trovò – o si volle trovare – sovraesposta, fino al rischio di sostituirsi alla politica del tutto.
Il discorso critico, ma mai offensivo, sul ruolo della magistratura è centrale nella conversazione, che riesce così a sportarsi oltre l’argomento meramente politico, ampliando la vicenda e rendendola uno snodo quasi cruciale della storia del rapporto tra poteri. Eppure, e bisogna sottolinearlo, senza mai toccare l’attuale delicata situazione del rapporto politica-magistratura, a meno di due mesi dal referendum.
Impossibile è però parlare di Mani Pulite senza far riferimento a Bettino Craxi e al suo ruolo, proprio politico, nella vicenda, aprendo una vera e propria pagina politica.
Nel tempo a disposizione, sempre controllato con attenzione da De Fusco, si è così aperto un secondo filone di riflessione, volto a investigare la sinistra dell’epoca, quella Craxiana e quella che raccoglieva le ceneri del PCI, e il suo ruolo in Tangentopoli. Una riflessione che meriterebbe un approfondimento a parte, corredato da un’analisi storia e geopolitica puntuale, di cui forse ci sarebbe bisogno. Quantomeno per chiudere con i fantasmi del passato, da un lato e dall’altro di questa sinistra che, in Italia, non ha mai trovato pace, né all’epoca dei Craxi e dei Berlinguer, né ora, quando i problemi sono altri ma le difficoltà pratiche paion le stesse.
Rivedere i giorni di Tangentopoli trent’anni più tardi, con una rinnovata maturità personale e sociale, ha permesso alla discussione di toccare punti e corde nuove. Chi conosce l’argomento, perché c’era o perché lo ha studiato, ha comunque avuto occasione di vedere un approccio diverso, di trarre spunti di riflessione rinnovati nonostante il tempo porti spesso a pensare che “sia già stato detto tutto”.
L’utilizzo dello spazio teatrale, un luogo più intimo di qualche asettica sala conferenze, ha aumentato la componente emotiva, aiutata dal sottolineare ripetuto di come quei “nomi” fossero in realtà “vite”. Troppo spesso la storia viene vista come costellata di nomi e basta, personaggi più che persone, parte di una narrativa. Riaccendere il faro sul concetto di persona, di singolo, di vita, a prescindere dalla valutazione giuridica o storica, dà una nuova dimensione ai protagonisti delle vicende di Mani Pulite.
Lo scorrere del tempo è anche questo, crear spazio per il distacco dalla rabbia e dalla furia, poter dar un ordine, un senso a quel che, mentre accadeva, non si riusciva a comprendere se non sull’onda del sentimento preminente.
Occasioni come quelle create da Le verità sospese aiutano a creare uno spazio per la riflessione sul passato di un paese complesso, troppo spesso affaticato dalla sua storia. L’unica cosa che si può richiedere per il futuro è di creare momenti anche “scolastici”, in senso tecnico e in senso ampio, aperti alle nuove generazioni e a chi quei fatti non li conosce. Per far sì che la memoria non sia solo dei testimoni, di chi ha visto, ricorda e può raccontare, ma anche di chi arriva dopo, e in qualche modo con quel passato deve far ugualmente i conti. Perché la fine di Mani Pulite, e forse anche del ventennio che ne è seguito, resta una tappa del percorso di una nazione, tutt’ora necessaria a rimettere insieme i pezzi e proseguire.
_____________________
Le verità sospese – Da un’idea di Luca De Fusco – a cura di Alessandro Barbano e Goffredo Buccini – redazione Simona Musco – conduce Anna Ammirati – Teatro Argentina 26 gennaio 2026





