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Abbiamo udito cose che non potreste immaginarvi

Amleto al buioall’Argot Studio : Viaggio sonoro tra rovina, memoria e immaginazione

Da tempo Roberto Latini smonta e rimonta Shakespeare, lavorando di struttura e destrutturazione, e fondendo tutto nel melting pot del suo vocalismo sussultorio, che per comodità di associa sempre allo stile di Carmelo Bene ed alla su idea di phoné, e che certo gli somiglia per la ritmica di rallentandi introversi e sparati in crescendo vertiginoso, ma che laddove in Bene la timbrica era prevalentemente nasale, in Latini diventa un tremito tremulo di testa, in costante ondeggiante sofferta sospensione.

Taglia cuce manomette riallaccia suggerisce, e la voce impasta in un lago a flusso costante

Lo fa ancora con fedeltà, semplicemente addensando, in Jago. Concerto scenico per voce dissidente (2024), e prosegue con ironia pop e dissezione in Giulietta e Romeo. Stai leggero nel salto, (2026).

Ora deflagra al culmine in Amleto al buio (Roma, Argot studio) dove l’amletismo si scioglie in una galassia di testi mescidati all’originale, e strutturati dalla suggestione della versione noir di Heiner Müller Hamletmaschine  di cui ricorrono più inserti. 

Al buio. Deflagra al buio. 

Non solo perché lo spettatore nella girandola di innesti testuali viaggia al buio, orfano di riposante rotaia direzionale, ma perché Latini azzera anche l’appoggio visivo. L’occhio è il signore di tutte le cose, recitava Leonardo. Ma qui tutto si svolge al buio più totale, e in cuffia, con solo rari tralucori nella penombra, ed un improvviso ritorno alla luce finale.

Nella attuale civiltà dell’immagine, che tende ad azzerare la profondità lenta della lingua, non solo si ritorna alla lingua, ma si è costretti all’arcaico dell’oralità, un’oralità che si fa nel buio perturbante ed iniziatica, costringendo lo spettatore ad una tensione acuminata dell’attenzione da un lato, e dall’altro all’abbandono del controllo, ad un lasciarsi fluire nel magma delle suggestioni. Come suggerisce Latini, dalla passività dell’immagine ad un attivarsi dell’immaginazione.

Tra le varie derive della nausea pessimista di Amleto Latini usa un celeberrimo brano cinematico, da Blade runner (Ridley Scott, 1982), il monologo tragico shakespiriano del replicante prossimo alla morte (uno splendido Rutger Hauer)

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:  navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

E noi, stante la spinta immaginativa dichiarata, potremmo parafrasare

«Ne ho udite cose che voi umani non potreste immaginarvi: testi fatti a pezzi, epifanie, lirismi, cadaveri”

Dicevamo che l’architrave è in parte quello di Hamletmaschine, ma va subito precisato (anche se di non tutti gli inserti saprei dire la provenienza) che Latini alla fine è ben più tenero e sentimentale di quanto non sia Heiner Müller nel suo testo, di cui il nostro prende solo alcuni filoni tematici, talora trasformandoli.

Così il brano della sezione Scherzo, in Muller

Ofelia “Vuoi mangiare il mio cuore, Amleto (ride)” – Amleto “Voglio essere una donna”

diventa qui la risposta all’accusa di debolezza rivoltagli dallo zio sul suo eccesso di lutto per il padre – «Non affronto il dolore da uomo? Da donna allora?”

In Heiner Muller invece è inserito in un contesto dissacratorio e grottesco, dove una Ofelia puttana giace col re Claudio nella bara, e l’Amleto donna è esortato quindi ad una identificazione puttanesca, “Dovresti amare ciò che hai ucciso”

In Muller tutto è degrado, necrofilia.

Qui invece il femminile è il trampolino per dilatare il filone della debolezza smarrita, di un ripiegamento tra il femmineo  e l’infanzia, e ad una ipersensibilità pre eroica. 

Questo l’Amleto di Latini prende da Muller il rifiuto del potere – incarnato tanto dallo zio quanto dal padre (non meritevole dunque di vendetta, come in Muller non lo è l’eroe ungherese). 

Amleto rifiuta sia il potere e sia il mandato eroico

«Io ero Amleto.” ”Me ne stavo sulla costa e parlavo con le onde BLA BLA, con alle spalle le rovine d’Europa “ (Muller, 1) 

“Io non sono Amleto. Non recito più alcuna parte. Le mie parole non dicono più  niente.” (Muller, 4)

Non sono Amleto. Ok. Ma Latini continua. ”Dunque chi sono? Sono ciò che sono”

E Amleto è dolentemente netto nell’essere figlio, figlio nel materno. Figlio in croce.

Ed ecco allora profluvi di inserti all’insegna di una figlità cristicamente e pasolinianamente rivendicata, dalle preghiere in latino (Padre nostro e Ave Maria), alla Supplica a mia madre di Pasolini appunto, a Natale in casa Cupiello, di De Filippo, dove il rifiuto del presepe, e dunque del padre, diventa però anche il rifiuto della madre (le regina) … Gertrude “Tutto ciò che vive deve morire” – Amleto “No! Non mi piace”.

Non gli piacciono il presepe, il padre, il potere, ma neanche la corrotta acquiescenza materna.

E mentre suonano campane, e si alternano inserti dell’Amleto originale, mescidato al Macbeth, e mentre Latini, alternando italiano latino tedesco, si produce nelle sue solite ripetizioni ipnotiche

«E sono… morto morto morto / Come stai? … bene bene bene ” … 

Mentre siamo trascinati in questo fiume, ecco  che si affacciano altri mondi e la nostalgia della speranza e della purezza del sogno. 

Così, ad un femminile degradato e puttanesco (Ofelia e la madre) si contrappone la madre ideale pasoliniana, simbolo di speranza «Sopravviviamo […] ti supplico: non voler morire. Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile”

Ed allora – alla morte, e alla morte del sogno (Romeo e Giulietta, Ofelia) – si oppongono da un lato un flash su un felice San Valentino di baci, in Andalusia (poi virato in ironia), dall’altro un’epifania sognata su quando «Il bambino era bambino” e non sapeva di esserlo, e faceva semplici domande sull’essere.

Una illusione ottica momentanea, su cui si richiudono beffarde però le porte di ferro della realtà.

Già prima del sogno d’infanzia si fa sentire la voce della regina, che comunica a Laerte la morte di Ofelia. Seguono, da parte sua, come fosse fantasma che parlasse dall’oltretomba, in ordine, l’elenco dei morti (Polonio, Amleto, Laerte, la regina, Claudio) e poi, ripreso a leitmotiv, Blade runner, I saw things that people wouldnt believe. Time to die, mescidato all’Amleto, To die or not to die, entrambi fatti rimare sarcasticamente con l’esclamazione buffonesca … E DAI, E DAI !!

E ora, dopo che il bimbo si è chiesto se un giorno non sarà più quello che è, prefigurando inconsapevolmente la propria tragica maturità amletica, mentre tace la precedente ossessiva musica cardiaca, ecco nudo e baritonale il monologo Essere o non essere.

Ora la voce (di chi? Forse di Ofelia) si chiede dove le labbra di Amleto. Qui fa freddo. Non c’è niente.

Improvvisamente siamo invasi dalla luce, vomitati fuori dall’onirico. 

Interrompete lo spettacolo, è una trappola per topi. Incarna i morti fino a che non ci restituiranno il futuro.” 

Dunque siamo tutti topi in trappola nella società dello spettacolo, nel circo del potere? 

E il teatro serve a svegliarci? A ridarci il futuro. 

Forse.

Ma quello che riecheggia, a chiudere, è il pessimismo mulleriano, esercitato sulla tragica e fallimentare rivolta ungherese … “bla bla in riva al mare, con alle spalle le rovine d’Europa.”

Ma forse, data l’altalena nel testo tra sogno e disillusione, può valere anche per noi l’esortazione pragmatica, pur se per voce del potere, a non cullarsi nel lutto.

Non nel senso del non prendere atto, ma al rovescio nel senso dell’identità nei valori. Non a caso, prima delle derive di ripiegamento pasoliniano, di pura mestizia ferita, subito dopo l’iniziale incontro con lo spettro, all’Amleto che si dichiara senza ruolo segue una citazione dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, “Tutti gli uomini nascono liberi e uguali, e devono agire tra loro in spirito di fratellanza”.

Una esortazione all’azione, anche se certo ostica per uno spirito amletico.

Uno meraviglioso e vertiginoso, labirintico, spettacolo a montagne russe in definitiva questo, da cui – dopo essere stati sbattuti qua e là su sponde opposte – usciamo come in un sogno, nella breve parte finale, a luci accese, prima di esplodere attoniti nell’applauso di rito, ma tanto reiterato che Latini rientra fingendo ironicamente un bis, come i pianisti.

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Amleto al buio – di e con Roberto Latini – musiche e suono Gianluca Misiti – produzione Compagnia Lombardi/Tiezzi – Roma, Teatro Argot studio, 26-29 marzo 2026

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