A Teatro Elettra “Nijinsky. Il buffone di Dio” e l’altalena dell’amore

  di Claudio Riccardi

 

Il talento, straordinario, straripante. Piedi fatati su un tappeto di cristallo. Prezioso quanto tremendamente delicato, presto si riempie di crepe. Effetto dei colpi di cupidigia, ambizione, opportunismo, di edonismo e strappi emotivi. E ancora il sesso, l’amore, la gelosia, fino alla follia.  Intorno a sé costruì un castello di sabbia molto fragile, Vaclav Nijinsky. Genialità e istinto caratterizzarono sin da giovane età il percorso artistico di un ballerino e poi coreografo che, più di altri, in questa disicplina, ha lasciato indelebile il segno. Eppur la sua carriera fu brevissima, un lasso di pochi anni stoppato dall’escalation della malattia mentale.
Intorno a Nijinsky e alle sue vicende affettive Antonio Mocciola e Diego Sommaripa hanno data forma alla messa in scena Nijinsky. Il buffone di Dio. Lo spettacolo, proposto sul palco di Teatro Elettra dal 10 al 12 giugno e diretto da Sommaripa, ha posto la lente sui delicati rapporti di forza tra l’étoile, Sergej Djagilev e Romola de Pulszky. Agli interpreti Andrea Cancelliere, Francesco Giannotti e Clara D’Affitto Morlino il compito di muoversi in un ambiente scuro, dominato da un trono e da funi appese. E’ qui che si consuma la passione tra Nijnsky e Djagilev, mecenate e uomo dell’alta borghesia di San Pietroburgo. Che vede qualcosa, nelle movenze di questo giovanissimo ragazzo, e ci azzecca. Lo prende sotto la sua egida, lo porta a Parigi ed è subito successo planetario. Tra discussioni e polemiche, perché Nijinsky porta innovazione e provocazione. Rompe con gli schemi classici della danza. Djagilev, abilissimo uomo d’affari, fa fruttare questa unicità e tra i due scatta anche l’amore. Fatto di strappi, passione e perversione.

Nijinsky viene proposto in scena come un adolescente ancora non adulto, soggetto dal temperamento instabile e volubile. E’ succube di Djagilev ma ha anche il sospetto (fondato) che questo omone tutto autorità e muscoli veda in lui una macchina da soldi. Forse anche Romola ha simili mire. Sin dal momento in cui riesce a incrociare gli occhi di Nijinsky, lei che lo aveva sempre adorato e per lungo tempo rincorso non lo molla più. Accetta umiliazioni, accetta anche la presenza di Djagilev. Sa tutto, dell’attrazione tra i due uomini. Accetta la loro intimità. Ma non vuol credere che tra loro ci sia sentimento, e convinta di ciò persevera nella sua strategia. Avrà ragione lei, alla fine riuscirà a staccare Nijinsky, divenuto nel frattempo suo marito e padre della loro figlia, dall’ombra di Djagilev.

Questo suo trionfo porterà, nella realtà, a sancire la fine della carriera del danzatore, che a soli trent’anni smette per iniziare il pellegrinaggio degli ospedali pschiatrici. Sì, perché nel frattempo il delirio aveva offuscato irreparabilmente la mente del genio. Dal canto suo Djagilev si sarebbe vendicato ostacolando la realizzazione dei progetti solisti del suo “trofeo”. Che tanto aveva amato, carnalmente, e altrettanto aveva difeso anche dall’indignazione dei salotti buoni. Incapaci, quei borghesi, di apprezzare le manifestazioni di un’artista precursore e così distante dal suo tempo.

Lo spettacolo riesce nell’indagine psicologica dei personaggi, che sono appieno nei rispettivi ruoli. Mocciola e Sommaripa convincono con un testo dove la tensione si palesa anche nella sua animalesca fisicità.
Tutti e tre, gli interpreti, non dicono appieno quanto pensano, indossano la maschera dell’opportunismo. Nijinsky in realtà è solo confuso, ha continue sfuriate ma dettate dalla vanità e da pulsioni erotiche e infantili. E’ dunque l’unica vittima. Si fa soggiogare, dapprima da Djagilev e in seconda battuta da Romola, donna sicura e risolta. Lei sa dove vuole arrivare e mette a frutto una serie di manovre decisive per far suo Nijinsky e allontanarlo per sempre dalla magia delle sue performance.

Chiudiamo con un cenno di merito per i costumi –  su tutti ricordiamo la divisa principesca di Nijnsky –  e per i movimenti scenici curati da Ilenia Valentino. Gianluigi Capasso ha invece seguito la parte musicale di un lavoro che auspichiamo di poter rivedere presto nei cartelloni romani.

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