Ai Giardini della Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo “La donna del mare” di Ibsen va in scena all’aperto, portando con sé riflessioni fin troppo attuali
Scegliere è l’unica vera libertà. Non ciò che scegliamo di per sé, la decisione di fare a o b, di prendere a destra o a sinistra negli svincoli della nostra vita. Il momento prima, quello in cui ci rendiamo conto che possiamo farlo, è quello il momento in cui tutta l’esperienza umana può dirsi consumata davvero. È quel che pare dirci La donna del mare, il testo di Henrik Isben che l’associazione culturale Il posto delle fragole ha portato in scena sabato 26 settembre nei giardini della Fontana dell’Acqua Paola, al Gianicolo. Oltre un cancello solitamente chiuso, sopra a quella terrazza panoramica amata da turisti e cittadini, Roma si è allontanata e il fortunato pubblico si è trasferito per un poco in Norvegia, nella casa del dottor Wangel (Stefano Licci) e della sua seconda moglie Ellida (Arianna Ninchi).

Un amore arrivato dopo, quando il cuore della prima, madre delle due figlie di Wangel che non vedremo mai, ha smesso di battere. Ellida lo sente, lo sa. Se la morte non fosse arrivata forse la sua vita sarebbe andata diversamente, magari lontana da quel fiordo d’acqua ristagnante in cui si bagna ogni giorno e che pure non sente casa. E nessuna rassicurazione è sufficiente, Ninchi ce la mostra nel dettaglio questa donna che a furia d’esser ferma nella sua vita si è ammalata, un male che forse oggi avrebbe una descrizione precisa, medica. Nel suo tempo e nel suo spazio, però, neanche Wangel, che le è accanto, è medico e la ama, riesce a entrare nel profondo. Stefano Licci riesce così molto abilmente a rendere un personaggio che gli è distante quasi un secolo e mezzo, che conosce l’amore ma ha l’obbligo, quantomeno sociale, di fermarsi ove questo non riesce a spiegar tutto.
A dar il via alla storia, a condurci nelle vite di Ellida e Wangel, è l’arrivo del professor Arnmohl (Rosario Tronnolone, che dello spettacolo è anche il regista). Vecchio amico di entrambi, questo elegante professore che sembra conoscere un po’ di più il mondo è la novità che dà una nuova piega alla storia. A lui, elemento terzo della vita di coppia, si aprono gli animi dei due protagonisti, si rivelano pene e preoccupazioni che con attenzione ascolta e a tentoni consiglia. Non un grillo parlante certo, più un ritorno dal passato – un primo ritorno, scopriremo – che serve a dar ordine al presente.
Al suo fianco il giovanissimo Lyngstrand (Luca Manneschi) che ha davanti a sé meno tramonti di quelli che ha già visto e (forse) non lo sa, guardando la vita con la freschezza e l’emozione costante tipica dei ragazzi. Per quanto breve ha avuto un’altra vita prima della malattia, imbarcato come marinaio, ed è stata durante questa che la sua esistenza si è incontrata con quella dello straniero (Marco Bellizi), figura oscura, anche questa proveniente dal passato di Ellida. Misterioso, di passaggio, destinato a mettere la protagonista davanti al dover scegliere, lo straniero di Bellizi sa sottolinearne l’oscurità e la totale mancanza di connessione con il luogo. Lo sentiamo che non vi appartiene, che non è e non potrebbe mai esser parte della vita dei protagonisti. Viene da un altrove che non si trova nello spazio ma nel tempo, e quel genere di altrove è difficilmente raggiungibile senza dover perder tutto il resto.
In effetti quella de La donna del mare è una storia di passato, di scelte fatte e di scelte ancora possibili, di decisioni da prendere e da lasciar prendere. Far decidere, decidere per sé e, quindi, decidere anche per gli altri. Ellida e Wangel non sono una coppia di giovani davanti a quali si dipana una vita intera; anche loro, in modo diverso, hanno alle spalle un percorso lungo quasi quanto quello che gli resta, poche certezze granitiche su cui, da buoni borghesi, hanno costruito una vita socialmente sana, valida, inoppugnabile.
Ma c’è davvero un momento in cui i bivi finiscono? Una scelta nella vita che ecco, è l’ultima, da qui prosegui dritto, la strada non muterà direzione. O siamo sempre in balìa del nostro diritto-dovere alla libertà di scelta, della possibilità di decidere? Non, o non solo, di quel che decidiamo, ma del momento in cui ci accorgiamo di poterlo ancora fare, di essere padroni di noi.
Location d’eccezione e spettacolo elegante nella recitazione e nei costumi, grazie a un lavoro di regia che ha ricercato un ambiente lontano senza esagerare nello sforzo (nessun adattamento moderno, nessuna pretesa troppo ottocentesca), la messa in scena di questa Donna del mare ha tenuto in equilibrio in modo encomiabile il testo di Ibsen e la nostra contemporaneità. La modernità del drammaturgo riesce a funzionare molto – troppo – bene in un mondo in cui il diritto alla scelta di una donna è spesso negato.

Elogiarne il valore nel suo tempo resta una pratica da storici del teatro, importante per tracciare una cronologia dell’uomo e dell’arte. Ma che cosa dice di noi, uomini del XXI Secolo, comprendere che la libertà di Ellida è ancora un sogno per tante donne? Dovremmo passare, forse, dal definirlo moderno al chiamarlo visionario, folle, capace di scrivere di cose troppo lontane dalla piccolezza dell’uomo che progredisce ma non matura?
E soprattutto: cosa direbbe di noi Ibsen se potesse vedere tutte quelle donne del mare a cui ogni scelta è preclusa?
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La donna del mare – Dal testo di Henrik Ibsen – Traduzione, adattamento e regia: Rosario Tronnolone – Con: Arianna Ninchi, Stefano Licci, Luca Manneschi, Marco Bellizi, Rosario Tronnolone – Luci: Luisa Monnet – Fontanone del Gianicolo – Giardini dell’Acqua Paola 26 settembre 2026
Foto: ©Guido Laudani





