Giunta alla sua settima edizione con il titolo “Eudaimonia– Dove l’anima va in scena”, la rassegna dal 31 luglio a Proceno. Intervista ai direttori artistici Igor Mattei e Marina Biondi
Una visione libera, rivoluzionaria, una ricerca che supera lo strato epidermico e si spinge a fondo, che guarda all’archetipo ma con il coraggio di predisporsi alla trasformazione e alla scoperta: quest’anno Ad Arte Festival si interroga sull’anima e da essa parte per dare vita a riflessioni, questioni, nuove possibilità di senso.
Come nasce Ad Arte Festival e qual è la sua materia di ispirazione?
Igor: Il nostro festival nasce nel 2014 da un’idea che ci venne a Calcata: ci sembrò bello infatti legarci a quella temperie che era stata la primissima Calcata, quella degli anni Settanta- Ottanta e quindi andare a creare un ponte tra gli artisti che avevano costruito quell’immagine della città e artisti nuovi, approdati lì da qualche anno.
Diversamente dagli artisti storici che la avevano fondata idealmente, noi eravamo artisti performativi: fu interessante creare un ponte tra la nostra arte e l’idealità che in qualche modo Calcata rappresentava così da riaccendere i riflettori su quel paese. Tutto ciò anche a fronte del fatto che stavamo patendo anche noi, come artisti, la situazione, oggi anche aggravatasi, della pesante e progressiva chiusura del sistema teatrale e cinematografico.
Come paese Calcata era rappresentativa per aver da sempre rivendicato una particolare autonomia rispetto al contesto del territorio, un’autonomia antropologica e culturale.
La prima edizione del festival – nel 2014 – si orientava, nella nomenclatura come nell’intento programmatico, in direzione ostinata e contraria. Da quel momento in poi ogni edizione è andata configurandosi come manifesto e declinazione di uno sguardo rivoluzionario nei confronti dell’arte e dell’esistenza. Come si è sviluppato, e trasformato il festival nel corso degli anni?
Igor: Ogni anno inseriamo un sottotitolo alla nostra manifestazione. Credo che ognuno di questi indichi bene il nostro spirito, la nostra anima, dalla prima edizione, fino ad arrivare all’ultima. Quello di quest’edizione, con l’anima ha pienamente a che fare poiché dedicata all’Eudaimonia, il daimon appunto, lo spirito guida, il codice dell’anima. Il nostro percorso non è infatti solo culturale ma anche animico, legato alla crescita umana, e non solo artistica. Partendo dall’inizio, la prima edizione ha avuto come tema “In direzione ostinata e contraria”, la seconda si intitolava “Diversi si nasce”, la terza, “Eretico”, la quarta, “Resilienza”, la quinta, “Utopia”, la sesta “Limen”, fino ad arrivare a “Eudaimonia”.
Marina: La penultima edizione, che era già a Proceno, aveva come sottotitolo “Limen”, o “confini”, per sottolineare tanto il confine geografico – Proceno è infatti a cavallo tra Lazio e Toscana – quanto il fatto di aver effettivamente superato un confine spostandoci, per la prima volta nel 2023, da Calcata a Proceno. Ciò ci ha permesso di realizzare nel festival l’idea, la visione, che era nella mente di Igor nel momento in cui lo ha creato: dargli un format che potesse adattarsi a qualunque paese bello e ospitante, capace di intendere le nostre esigenze e di aiutarci ad esprimerle nel migliore dei modi.
Igor: A proposito di anima, oltrepassare i propri limiti, spingersi oltre le proprie colonne d’Ercole per trovare nuove risorse, prospettive e traiettorie.
Marina: Andare via da un luogo, oltrepassare le colonne della nostra interiorità, i nostri limiti metafisici, non è stato facile, ma ci ha permesso di trovare una nuova terra, dove ci troviamo bene, ci sentiamo amati.
Igor: Chi costruisce eventi, chi come noi va in direzione ostinata e contraria, incontra necessariamente delle difficoltà- istituzionali. Non siamo i soli, non siamo gli ultimi e non siamo i primi. Ci siamo confrontati con tante realtà, di persone che come noi hanno combattuto, per anni e anni, fino anche a demordere. Noi abbiamo fatto ciò che era possibile, in libertà intellettuale di dialettica e di pensiero. A questo proposito, cito Giulietto Chiesa, grande giornalista che venne a chiudere con il suo intervento l’ultima edizione calcatese, “Utopia”. L’esempio di un percorso di autonomia intellettuale e giornalistica assoluta.
Chiamare in appello lo spirito e farlo uscendo da quella che potrebbe apparire una nicchia sicura. I titoli che avete scelto fanno inoltre riferimento a concetti di provenienza classica. È straordinario pensare quanto concetti antichi possano produrre una significanza, un effetto diretto sul presente….
Igor: In una recente intervista a Radio Sound, Patrizia Casagrande ci ha fatto notare come oggi, in un mondo iper-materialista, sia rivoluzionario già di per sé, parlare di anima. Riguardo ai sottotitoli, questi riferimenti all’antichità nei topoi e nella nomenclatura non sono casuali, sono nati spontaneamente- in quanto sia io che Marina proveniamo da studi classici. Era un humus che avevamo dentro e che, quando è stato necessario, è zampillato fuori. Col senno del poi posso dire anche che è rivoluzionario che in un mondo che parla per anglicismi, si scelga di ricorrere a una nomenclatura classica. Oltre che rivoluzionario, anche necessario dal momento che noi europei ogni volta che abbiamo visto la nostra cultura in crisi, siamo sempre andati a guardare alle radici.
Marina: Ci siamo ancorati a qualcosa che ci appartenesse nel profondo, agli archetipi della cultura classica.
Igor: Sono molte le occasioni in cui l’uomo europeo ha guardato all’antico come forma di resistenza e di rinascita.
Eppure, la peculiarità, la straordinarietà della vostra visione sta nel fatto che il ricorso all’antico non si configuri come rifugio o tana, ma come riferimento. Le parole che avete scelto nei sottotitoli delle diverse edizioni non richiamano l’atto del nascondersi, ma si declinano come appello, come ricerca…
Igor: Sì, è un ripartire da quelle radici per andare avanti, per rilanciare la scommessa. È il nostro spirito.
A tal proposito, dall’aristoteliano concetto di eudaimonia – intesa come “fioritura” dell’essere umano a spazio contemporaneo di eudaimonia collettiva. Qual è il daimon, o spirito che ha guidato la vostra ricerca in quest’edizione?
Marina: Questa parola di stampo aristotelico non è facile da definire, nel senso che va distinta da tante parole che potrebbero esserle simili. La buona riuscita, il fine ultimo della vita, la felicità. Si distingue per esempio dalla felicità momentanea, il piacere, l’edonia. In questo caso si tratta di un qualcosa che riguarda ognuno di noi nella nostra unicità. Ogni essere umano è unico e custodisce il suo daimon: quella forza espressiva, profonda, quel potenziale in grado di destinare le nostre energie alla migliore espressione di noi stessi. La realizzazione finale della propria anima, il momento della vita in cui ci si dice: credo di aver espletato il mio destino positivo in questa vita. Questo festival ha percorso tanti anni: ricerche, organizzazione, momenti di estasi meravigliosa nel momento della sua realizzazione, ma anche momenti di travaglio, fatica, dolore. Quest’anno, il secondo anno in questo paese meraviglioso – e per questo vorrei ringraziare Roberto Pinzi, sindaco di Proceno e tutto il suo staff – è un momento cruciale nell’espressione dell’anima di questo festival, che sta trovando una via positiva.
Igor: Vorrei agganciarmi a quanto ben detto da Marina. In termini esoterico-numerologici, che comunque con l’anima hanno a che fare, il numero sette rappresenta qualcosa di molto importante, rappresenta il compimento. Se volessimo perciò esprimere l’anima del festival, potremmo aggiungere questo aspetto: il sette come numero del compimento, dopo tante difficoltà riscontrate nell’atto di tenere in piedi questa impresa artistica e dell’anima. Il sette, infatti, rappresenta la chiusura dei cicli, e con questa settima edizione ci auguriamo di raggiungere un consolidamento così da riuscire, a partire dall’ottava edizione, di raggiungere non tanto una forma- – siamo infatti contro la forma definitiva, la vita è un eterno fluire – ma un’idea ditrasformazione che parta da ciò che finora abbiamo raggiunto, senza esser costretti a ripartire ogni volta dall’inizio.
Il sette rappresenta anche il numero della spiritualità, è il numero che lega il terreno con il divino in quanto tre è il cielo, quattro è la terra, e il sette rappresenta il ponte, l’unione tra i due. Nella cultura greca in particolare esiste da sempre un dialogo tra terra e cielo, tra Dioniso e Apollo, che non si configura come contrapposizione tra male e bene ma come dialettica ineludibile.
Per ricordare quanto sia importante questo numero basti pensare ai sette giorni della creazione, alle sette note musicali, ai sette colori dell’arcobaleno. Archetipicamente parlando, se nella storia dell’umanità questo numero è così importante un motivo ci sarà.
Sette è anche il numero delle opere scelte per ogni categoria: tra domande (…) desideri, conflitti e possibilità di senso, cosa vi ha guidato nel corso della loro visione e selezione?
Marina: Abbiamo dedicato tre mesi alla visione e all’ascolto per riuscire ad estrarre i quattordici eventi previsti dal festival: tra questi, sette opere teatrali e altrettante musicali. Tale scelta è stata preceduta dalla visione di circa ottocento opere teatrali e trecento opere musicali pervenute da tutta Italia. Se da due anni il cinema non è presente, speriamo però di reinserirlo al più presto: quando il festival è nato infatti il suo nome era proprio Ad Arte Teatro Cine Festival.
La scelta degli spettacoli, a partire dalla prima edizione, è stata sempre guidata da una decisione profonda, da qualcosa che ci colpisse l’anima. Sono tante le decisioni che potrebbero guidare la scelta degli spettacoli, da quella veicolata dall’amicizia o dalle conoscenze, a quella di carattere economico- che indicherebbe di scegliere ad esempio una proposta pervenuta da Ostia, piuttosto che da Rovereto sulla base di un diverso costo del viaggio. Tutto questo proprio non ci tocca!
Questi spettacoli inoltre non sono mai stati sottoposti ad un criterio di mainstream. È capitato che abbiano partecipato grandi nomi, non li abbiamo rifiutati, li abbiamo ospitati, ma non siamo mai partiti dalla ricerca del nome per scegliere i nostri spettacoli.
Igor: Tutto ciò è legato anche al daimon del festival, allo spirito del festival che ci ha guidati sempre: evitare di valutare in relazione all’interesse meramente spicciolo, convinti come siamo che la qualità, quando c’è, traini di suo. Ci metterà più tempo, sicuramente, ma alla fine, alla lunga, vincerà su qualsiasi operazione commerciale o di mero marketing. Siamo convinti che il pubblico non sia stupido. Questo non significa che non si possano scegliere opere potenzialmente appetibili per un pubblico medio: noi scegliamo infatti in relazione a forma e contenuto, altra dialettica che da sempre appartiene al nostro festival. Forma e contenuto devono avere pari merito. Veniamo da un certo tipo di teatro, io nello specifico vengo dal teatro di ricerca- che con la forma ci si scorna e ci si scontra; ma la ricerca è proprio questa, quella di una forma meno epidermica, meno superficiale.
Sempre in riferimento all’idea di ricerca, quali varchi e quali interrogativi spalancano le opere da voi selezionate?
Igor: Sono gli artisti stessi che a loro modo, con le loro opere, si sono posti e hanno poi risposto ad un certo tipo di domanda. In seguito, noi, nel corso della selezione, ci siamo rivolti a prospettive e risposte che fossero meno scontate, meno legate a quella che potremmo definire “cultura woke” oche si proponessero a priori come politicamente corrette. Non ci interessa il politicamente corretto: una risposta può anche esserlo ma solo se si sviluppa in linea con il sentire dell’artista. Non abbiamo mai cercato mai risposte rassicuranti, spesso invece è avvenuto il contrario. Non a caso, andiamo a chiudere questa manifestazione con due spettacoli appartenenti al teatro civile: uno dei due ha a che fare con “Mistero buffo” di Dario Fo, e si concentra sul potere e sulla sua contestazione.
Marina: Proprio quest’anno, in occasione del suo centenario, Dario Fo verrà ricordato particolarmente! Mi piacerebbe soffermarmi poi su un’altra novità: in questa settima edizione, lo spettacolo che riceverà il maggior voto del pubblico, vincerà un premio in denaro che andrà ad aggiungersi al cachet. Sono anni che sognavamo di farlo e quest’anno per la prima volta lo inseriamo, con grande orgoglio e grazie al sostegno della Regione Lazio. Vorrei infatti cogliere l’occasione per ringraziare la Regione Lazio che quest’anno ci ha dato un sostegno ragguardevole e che ci ha permesso di ingrandirci rispetto all’edizione del 2023, oltre che L’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica Silvio D’Amico e il FAI da cui siamo patrocinati.
Tornando a noi, alle domande e alle risposte di cui parlavamo, le compagnie scelte si sono candidate, ed è come se ci fosse un filo interiore, da parte loro verso di noi, di testimoni di quella che è la nostra ricerca e il nostro percorso. Magicamente le risposte arrivano, perché magari vediamo cinquanta spettacoli, o settecentottantadue come in questo caso, ma tra questi ce ne sono venti o trenta che subito riconosciamo come testimoni della nostra anima.
Igor: Ogni artista con il suo lavoro, come frammento della nostra anima. Ci sono state delle proposte talmente belle, tante, tantissime, al punto che avremmo avuto la possibilità di realizzare un’altra settimana di manifestazione, ma abbiamo dovuto fare una scelta.
Marina: Un festival, per tutti coloro che lo fanno, è infatti una grandissima regia che nasce da una visione di chi lo crea. Questa è stata la nostra visione.





