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“L’estasi della lotta”: Carlotta Viscovo si scinde in Camille Claudel e mette in crisi l’idea stessa di arte

Al Teatro Torlonia, Carlotta Viscovo attraversa Camille Claudel, trasformando la scena in un atto di resistenza

C’è un momento, entrando in sala, in cui si percepisce con chiarezza che ciò che accadrà non sarà semplicemente uno spettacolo, quanto un attraversamento necessario. L’estasi della lotta, ideato e interpretato da Carlotta Viscovo, si colloca proprio in questa zona liminale: un territorio in cui biografia, arte e tensione politica si fondono fino a diventare indistinguibili e ne è stata la prova, la performance attoriale che la sera dello scorso 16 aprile ha visto la Viscovo sul palco del Teatro Torlonia.

L’Estasi della Lotta – Carlotta Viscovo

Come spesso accade nel teatro più consapevole, tutto è già iniziato prima che il pubblico se ne renda conto. In sala le luci restano accese, gli spettatori cercano il proprio posto, si sistemano, parlano tra loro. Intanto, sul palco, Viscovo è già presente, già immersa in un’azione performativa che passa quasi inosservata. Solo il graduale abbassarsi delle luci segna una soglia percettiva: ciò che sembrava attesa si rivela essere già spettacolo.

Si apre così una lunga sequenza iniziale, quasi venti minuti, in cui parola e narrazione restano assenti, sospesi. Luci, suoni e immagini costruiscono un ambiente immersivo: il fluire dell’acqua – evocazione possibile della Senna – si mescola a suggestioni musicali che rimandano a Claude Debussy, mentre alle spalle dell’interprete si stratificano proiezioni. Al centro della scena, un blocco che richiama il marmo diventa oggetto e interlocutore, superficie su cui appare il volto di Camille Claudel, presenza fantasmica e insieme concreta. È qui che il corpo di Viscovo, guidato anche dalla ricerca sul movimento di Alessandra Cristiani, si fa scultura vivente: posture che non illustrano, ma incarnano una tensione interna, come se la materia prendesse forma in lei stessa.

Quando finalmente la parola irrompe, lo fa con uno scarto netto. Rivolgendosi direttamente alla platea, luci in sala accese, l’attrice rompe ogni possibile distanza con una battuta disarmante: “non ci state capendo niente, eh?”. È un attacco frontale, ironico e lucidissimo, che fotografa lo smarrimento dello spettatore dopo quella lunga immersione sensoriale a cui ha assistito in silenzio, aspettandosi di lì a breve di ascoltare – finalmente, forse – la voce della Viscovo Ma è anche una dichiarazione di intenti: il teatro che si sta dispiegando non vuole essere immediatamente decifrabile, bensì vissuto, attraversato, messo in discussione.

Da quel momento, la drammaturgia costruita con Angela Dematté prende velocità. Viscovo diventa un flusso ininterrotto, una voce che travolge, che accumula, che denuncia. Indossa una semplice veste bianca, ambigua nella sua essenzialità: abito quotidiano e, insieme, richiamo inquietante alla reclusione manicomiale subita dalla Claudel. La scena si carica così di una doppia esposizione: da un lato la vicenda storica della scultrice, dall’altro l’esperienza contemporanea dell’attrice, segnata da conflitti e battaglie nel mondo del lavoro artistico.

Le due traiettorie finiscono per sovrapporsi in modo quasi perturbante. Non si tratta di imitazione, ma di una vera e propria incarnazione, in cui la distanza tra interprete e figura evocata si assottiglia fino a scomparire. La parola diventa denuncia, ieri come oggi, e il pensiero si muove su un crinale sottile tra lucidità e ossessione. È proprio questo equilibrio instabile a costituire il cuore del lavoro: un’identità che si sdoppia, che si incrina, che rischia la deriva paranoica per poter dire una verità scomoda.

Attorno a questo nucleo, tutti gli elementi scenici concorrono a costruire un dispositivo coerente. Le immagini curate da Ivonne Capece amplificano la dimensione onirica e frammentata, mentre il suono elaborato da Marco Mantovani si comporta come una materia instabile, fatta di respiri, echi naturali e tensioni musicali mai del tutto risolte. Il disegno luci di Luigi Biondi accompagna e struttura il percorso, traghettando lo spettatore da una prima dimensione immersiva e quasi museale a una seconda più diretta, in cui il confronto si fa esplicito.

L’Estasi della Lotta – Carlotta Viscovo

Ciò che emerge, oltre alla grande prova attoriale della Viscovo, è un teatro che rifiuta qualsiasi separazione tra arte e vita. La protesta non è un tema da rappresentare, ma un gesto da incarnare. Il corpo, ancora una volta, diventa il luogo in cui tutto si compie: scultura, campo di battaglia, spazio di resistenza. L’estasi della lotta  non accompagna lo spettatore, lo espone. E proprio per questo lo trattiene, anche dopo il buio, in una vibrazione che continua a interrogare. In un tempo in cui il teatro rischia spesso di semplificare, questo lavoro sceglie invece la complessità. E la rende necessaria.

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L’estasi della lotta- progetto di e con Carlotta Viscovo, drammaturgia Angela Dematté, supervisione dei movimenti Alessandra Cristiani, dramaturg Alice Sinigaglia, Teatro Torlonia, dal 16 al 19 aprile 2026

Foto ©Grazia Menna

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