Dall’esordio narrativo al noir sociale, un viaggio nelle crepe della famiglia contemporanea dove le migliori intenzioni possono nascondere nuove forme di fragilità e rischio
Stefania Andreoli, psicoterapeuta e volto noto della divulgazione social, ha presentato il 14 aprile, alla libreria Mondadori nella cornice di Galleria Alberto Sordi, a Roma, il suo primo romanzo: Un’ottima famiglia (edito da Rizzoli). Un esordio sorprendente per chi finora aveva abitato i territori dei saggi e dell’analisi pubblica dei legami contemporanei. Andreoli si serve di una storia, che finisce per essere un romanzo ascrivibile alla categoria noir, per comunicare un’urgenza sociale. Per sviscerare la composizione della famiglia contemporanea e analizzarne una problematica dilagante e, altresì, allarmante.
La banalità del bene. Così doveva intitolarsi il romanzo di Stefania Andreoli, secondo la stessa autrice. Il primo romanzo, un noir, che arriva per rispondere a un’emergenza sociale che la psicoterapeuta ha riscontrato e su cui sentiva il bisogno di dire la sua. Dopo diversi saggi di successo, Andreoli decide di optare per un romanzo per diverse ragioni. La prima ruota attorno al fatto che il romanzo, rispetto al saggio, riesca ad arrivare a più persone. Lei stessa sostiene, da lettrice accanita, di non scegliere quasi mai un saggio. Quest’ultimo richiede una predisposizione, un impegno e una modalità che non sempre incontrano il favore e la disponibilità delle persone.
Inoltre, l’impegno cognitivo che serve per scrivere un saggio è superiore a quello di un romanzo. Almeno per quanto riguarda Andreoli, il saggio pretende la responsabilità di una competenza e una densità di contenuto che necessitano, per forza di cose, di un processo di stesura impegnativo e dispendioso. Il romanzo, invece, le ha garantito un margine di creatività mai esplorato prima. La storia, poi, superata l’impostazione iniziale, è come se si fosse scritta da sola, scivolando con una naturalezza inaspettata. Allo stesso tempo, però, Un’ottima famiglia non è scevro di quella teoria, spoglia di un’algida barriera da saggio, che ha comunque permesso all’autrice di accompagnare i lettori là dove voleva che arrivassero.
La trama parte da un fatto di sangue. Giulia, diciassette anni, si ritrova in commissariato dopo che un bambino di otto anni, Filippo Costa, è stato accoltellato. Sullo sfondo, Monchi. Un piccolo paese fatto di villette, giardini curati e compleanni in famiglia. Un luogo dove il dolore sembra non poter esistere. I Costa, per Giulia, sono sempre stati l’opposto dei suoi genitori “disastrosi”. Da loro, sempre presenti ed equilibrati non ha mai sentito volare né urla né schiaffi. I Costa erano quella che chiunque (forse) definirebbe, appunto: Un’ottima famiglia.
Ma qual’è l’ottima famiglia di cui parla Stefania Andreoli? Quella dell’illustrazione, felice e rassicurante, che appare in copertina. Quella contemporanea, autoproclamatasi tale. Quella che nasce in risposta all’ormai nota famiglia patriarcale che ancora aleggia tra noi, per alcuni incubo, per altri malinconica aspirazione. L’ottima famiglia è quella che, sulla scia del “non sarò mai come i miei genitori”, si è formata facendo l’esatto opposto di quel modello fondato su schiaffi educativi e rigidità emotiva.
Succede però che i poli opposti, più si portano agli estremi, più finiscono per coincidere. Con il rischio di non saper riconoscere il pericolo, quando travestito sotto quella nuova forma. A maggior ragione se, quest’ultima, è il frutto di tutte le migliori intenzioni. E che quindi, non riesce a gestire la non corrispondenza delle proprie aspettative alla realtà. Dopo tutto quell’impegno… dopo tutto quello che abbiamo fatto per te.
Attraverso lo sguardo di Giulia, Andreoli compie un’operazione sottile. L’autrice ci conduce lungo un crinale vertiginoso: quello in cui scopriamo che il male non ha sempre il volto del mostro. Può nascere da piccole crepe nell’apparente normalità, da quegli ingranaggi lucidi e perfettamente oliati che però non lasciano spazio all’emozione disordinata, alla sbavatura, allo strappo. Ecco quindi che Un’ottima famiglia, partendo da un fatto brutale e sconvolgente, va a dissezionare questo “nuovo” modello, portandone alla luce le brutture, smascherando una scomodissima verità di cui è necessario parlare. Di cui è fondamentale occuparsi.
L’incontro è stato moderato da Lydia Salerno e ha visto la presenza di Gaia Girace, attrice impegnata a prestare la sua voce per la versione audiolibro, che sarà disponibile da inizio maggio 2026.





