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Il trauma dell’indecisione.“Gertrude. Regina, sposa, madre”

Quando la colpa resta sospesa: l’indecisione come destino tragico

Tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, in glossa a un suo testo di quasi vent’anni prima, un Carl Schmitt, ormai senile e con grafia incerta, annota: “nel frattempo l’intero mondo occidentale è diventato Amleto”. Giurista e filosofo, forse tra i più rilevanti teorici del nazionalsocialismo e, allo stesso tempo, critico severo del Reich, Schmitt con il suo Amleto o Ecuba ci regala una lettura penetrante e acuta del Principe di Danimarca e della sua regina.

Mascia Musy e Jonathan Lazzini

E se già a partire dagli anni Settanta, l’intero mondo è diventato Amleto non lo si deve che a un’indecisione endemica, un’ambiguità strutturale, che pervadono l’uomo moderno e, quindi, riguardano da vicino anche la sua rappresentazione teatrale, laddove quest’ultima – nel senso di un rapporto fattuale e concreto col tempo presente – ha sempre un connotato ‘politico’.

E nondimeno protagonista di Gertrude non è il figlio, bensì la madre, come leggiamo nella nota dell’autrice, Annalisa De Simone

Personaggio chiave dell’Amleto di Shakespeare, Gertrude è regina, madre, vedova, nuova sposa, connivente di un terribile delitto o forse no, di certo coinvolta in un attrito sempre più duro con suo figlio. Gertrude fa un passo avanti e guadagna la scena. Al centro, c’è il racconto di una donna che prova a restare viva mentre il mondo pretende purezza e sacrificio”.

Ed è proprio rispetto a quell’essere colpevole “o forse no”che il testo di Schmitt ci viene in soccorso, nel tentativo di capire meglio chi sia Gertrude. Perché, in effetti, rileggendo “Amleto” si fa molta fatica a trarre un’evidenza concreta rispetto a quale ruolo abbia svolto Gertrude nell’omicidio del marito, se quello di vedova pragmatica, macchinatrice vera e propria o semplice amante dell’usurpatore Claudio, qui interpretato in modo molto convincente da Jonathan Lazzini.

E quindi, come si è detto, Amleto come emblema (ovviamente)dell’indecisione politica ma, soprattutto, – e qui l’intuizione di Schmitt, che ci aiuta a capire cosa funziona e cosa convince meno del testo di De Simone – Shakespeare come autore incapace o non disposto a tematizzare veramente la colpevolezza o l’innocenza di Gertrude. Dice Schmitt: 

Ci troviamo di fronte ad un tabù che l’autore dell’opera rispetta senz’altro e che lo costringe a porre tra parentesi la questione della colpa o dell’innocenza della madre, anche se tale questione costituisce, sul piano morale e drammatico, il cuore del dramma di vendetta. […] Sono in grado di indicare questo tabù, nella sua piena concretezza: esso ha a che fare con la regina di Scozia, Maria Stuarda. Suo marito, Henry Lord Darnley, il padre di Giacomo, fu atrocemente assassinato dal conte di Bothwell nel febbraio 1566. Nel maggio dello stesso anno Maria Stuarda sposava proprio questo conte di Bothwell, l’assassino del marito: erano passati appena tre mesi dal delitto. In questo caso si può davvero parlare di una fretta sospetta e indecorosa. La questione, fino a che punto Maria Stuarda fosse compromessa nell’assassinio del marito, o se addirittura non ne avesse provocato lei stessa la morte, è a tutt’oggi ancora oscura e controversa”.

Il testo di De Simone in sostanza si articola negli spazi dialogati fuori scena, tra le pieghe del testo di Shakespeare. L’idea è ottima e gira tutta intorno a quel tabù di cui parla Schmitt, ma non trafigge il cuore della questione: l’attualità traumatica dell’indecisione politica che, d’altra parte, per il reazionario Schmitt non può o non vuole affrontare neanche il Bardo, come se per un autore confrontarsi con il personaggio di Gertrude fino in fondo non fosse possibile.

Gertrude si trova al centro di un trauma che la segna profondamente e la lascia prigioniera di un’irrisolta ambiguità. Persino il sottotitolo, “regina, sposa, madre”, sembra rifarsi, quasi inconsapevolmente, a uno slogan presidenziale ben noto (“sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”): una dichiarazione d’identità che, pur nella sua forza istituzionale, racchiude una fragilità intrinseca. Gertrude, come figura di potere femminile, resta sospesa in uno spazio ambiguo: non condanna e non approva.

Questa indecisione rende sì Gertrude perno assoluto del testo, ma allo stesso tempo la intrappola in una metafora ricorrente: quella della nuvola-balena dell’Atto III. Così come la nuvola può apparire ora simile a una balena, ora a un altro animale, mutando forma a seconda dello sguardo di chi osserva, allo stesso modo Gertrude si lascia definire e ridefinire, senza mai rivelare fino in fondo la propria essenza.

AMLETO Vedete quella nuvola che sembra quasi un cammello? / POLONIO Per la santa messa è così… un cammello. / AMLETO O forse una donnola. / POLONIO Infatti la schiena è di donnola. / AMLETO O una balena. / POLONIO Una balena, tale e quale. / AMLETO Be’ andrò subito da mia madre. (A parte)Mi trattano da pazzo al punto che ne scoppio. – Sarò da lei subito. / POLONIO Le dirò così. / AMLETO «Subito» è subito detto. Lasciatemi, amici. (Amleto, Atto III, Scena II)

Ed è proprio da questa immagine che trae ispirazione la scena installativa di Daniele Spanò, entro cui si svolge l’azione. Campeggia, infatti, nel bel mezzo del teatrino ottocentesco, tra colonne neoclassiche e affreschi, una grande piscina vuota dal fondale blu con tanto di trampolino e vasca-specchio, sormontata da una stanza-spiaggia arancio e minimale. Il motivo lo leggiamo chiaramente nelle note di regia di Mario Scandale

“L’acqua non c’è, ma pesa: è liquido amniotico, è origine e perdita. È la vita che ha riempito questo spazio e lo ha poi abbandonato, lasciando una cavità in cui ogni parola e ogni gesto risuonano più forte. […] Gli attori abitano questo vuoto senza difese. I loro corpi cercano un equilibrio impossibile, come se l’acqua potesse tornare da un momento all’altro. Ma non torna”.

In ogni caso, a proposito dell’allestimento andato in scenadal 5 al 15 marzo a Roma al Teatro Torlonia, una cosa è certa: l’interpretazione che Mascia Musy fa di questa Gertrude èterrena e sensuale come un’amante passionale ed esperta, come il suo costume rosso Valentino – elegantissimo e invidiabilissimo – curato da Gianluca Sbicca come per il resto dell’allestimento.

Musy è qui affilatissima e graffiante ma anche capace di una tenerezza inattesa, soprattutto quando si rivolge alla candida Ofelia di Arianna Pozzi. E, più in generale, la messa in scena dal punto di vista tecnico, registico e attoriale è senza dubbio di livello. La direzione degli attori segue direttrici nette, delineando una prossemica incisiva, in cui le intenzioni sono sempre ben a fuoco, anche in virtù della saldatura tra la regia di Scandale e il disegno della light designer Camilla Piccioni, che permette al pubblico di cogliere senza ambiguità le tensioni e le dinamiche che attraversano la scena.

Mascia Musy

La recitazione è così asciutta, precisa, intensa, qui nessuno si abbandona a invettive post-moderne o a eccessi immotivati, a mancare è semmai solo quella vena oscura e controversa che ha consacrato per sempre la madre di Re Giacomo-Amleto a sanguinaria.

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Gertrude: regina sposa madre di Annalisa De Simone  – regia Mario Scandale – con Mascia Musy e con Jonathan Lazzini, Domenico Pincerno, Arianna Pozzi – scene Daniele Spanò costumi Gianluca Sbicca – luci Camilla Piccioni – Giusto – produzione Teatro di Roma –Teatro Nazionale – Teatro Torlonia di Roma dal 5 al 15 marzo 2026

foto ©Manuela Giusto

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