Al Teatro Vascello “Wonder Woman” parte dalla cronaca per raccontare un mondo in cui la parità non è ancora sostanziale
Una ragazza di origine peruviana denuncia una violenza sessuale di gruppo, la Corte d’Appello decide di assolvere il branco perché lei è “mascolina”, non attraente, di certo non potrebbe aver fatto scattare la volontà dei ragazzi di farle del male. Una sentenza che dovrà ribaltare la Cassazione, capace di dare giustizia ma non di cancellare quelle motivazioni così discutibili.

La vicenda, grottesca ma tristemente reale, è avvenuta ad Ancona nel 2015 ed è lo spunto da cui parte Wonder Woman, andato in scena al Teatro Vascello dal 15 al 18 gennaio. Scritto da Federico Bellini e Antonio Latella, che ne è anche regista, lo spettacolo non ripropone in scena la storia in sé, ma la racconta attraverso un lavoro corale. La violenza, la denuncia e il processo si mischiano così a riflessioni sul femminile e sul femminile in questa società, sul ruolo della donna e sui suoi diritti, sul suo corpo.
Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti. Sul palco sono quattro, vestite di nero e con le scarpe rosse. Arrivano dalla platea, passano tra il pubblico, il rumore dei loro passi scandisce il momento di inizio dello spettacolo. In piedi leggono, o così ci appare, la sentenza. La commentano, si fermano, non riescono ad andare avanti, non riescono a leggere. Tornano indietro, ai fatti, a quella notte anconetana, alla violenza e al commissariato.
Si riesce a ripercorrere l’accaduto, si sente la voce della vittima, si riconoscono le battute di scherno dei carnefici e delle Forze dell’Ordine, segnate da quel velo di pregiudizio che si accompagna sempre alla parola “straniera”. Senza scenografia, senza immagini, solo a parole la storia di questo stupro e del suo doloroso iter giudiziario ci passano davanti.
Ad intervallare il racconto in senso stretto sono momenti che si potrebbero definire più astratti, in particolare uno in cui l’unico suono che si sente ripetere è “Bla bla bla”. Il rumore delle chiacchiere, ritmato diversamente a seconda delle interpreti, raccontato come rumore di fondo di una comunità, di una società sempre intrisa di victim blaming, che cerca qualsiasi cosa per giustificare il carnefice. Perché in fondo la società lo sa, il maschio violento non è un’anomalia, è figlio di una cultura che dovrebbe obbligarci tutti a riflettere, e riflettere fa male, pesa. È molto più facile accusare una donna: per come si veste, per i luoghi che frequenta, perché beve.
Proprio alla società tutta lo spettacolo dedica la sua seconda metà, questa volta attraverso il lavoro coreografico curato da Francesco Manetti e Isacco Venturini. Le parole mancano, tutto è lasciato all’azione fisica. Prima una camminata, quasi una sfilata che si ripete, dal fondo del palco verso il pubblico, ogni volta aggiungendo un monile più complesso, particolare. Poi la danza, con addosso questa sorta di armatura mista, inspiegabile, difficile da decifrare.
È soprattutto un’occasione di riflessione per il pubblico, un momento per ripensare a quanto visto fino ad allora, ma non è immediato il senso di questo inserimento nell’economia dello spettacolo, ma bisogna attendere. Quei corpi che si muovono liberi, indipendenti, corpi di donna, di tutte le donne del mondo, iniziando a fondersi con grida che arrivano da fuori scena.
Sono le voci delle manifestazioni contro la violenza, quelle che rivendicano il diritto ad essere libere e protette. Perché è questo il punto in cui la storia dei diritti delle donne si è rotto, quello in cui la libertà non è andata di pari passo con la tutela. Puoi uscire, ma se ti violentano sei colpevole.
Puoi lavorare, ma poi se lui ti offende perché sei una cattiva madre è colpa tua. Puoi viaggiare da sola, ma poi saranno tue anche le conseguenze. E invece no, non dovrebbe essere così. Ma come possiamo sentirci protette se anche un giudice – donna- si permette di guardare al nostro aspetto fisico prima che al nostro racconto?
La potenza di Wonder Woman è notevole, benché in certi momenti non risulti immediato.
Giocato molto sulla ripetitività, sui gesti e i rumori che devono continuare fino a stordire, a entrare nella pelle, forse in certi attimi una piccola riduzione può condurre allo stesso effetto senza rischiare di far perdere lo spettatore. L’unico rischio effettivo dello spettacolo, che richiede un’attenzione profonda, capace di andare oltre il dato apparente.

Così come in profondità, oltre a stigmi e idee sociali, bisogna andare per affrontare il problema della violenza di genere. Mettendosi in discussione tutti e tutte come prodotto di una cultura che ci è capitata in dono, perché qui siamo nati, ma che possiamo cambiare.
Che dobbiamo cambiare.
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Wonder Woman di Antonio Latella e Federico Bellini – regia Antonio Latella – con Maria Chiara Arrighini, Giulia Heathfield Di Renzi, Chiara Ferrara, Beatrice Verzotti – Costumi Simona D’amico – Musiche e suono Franco Visioli – Movimenti Francesco Manetti e Isacco Venturini – produzione TPE – Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Stabilemobile – Teatro Vascello dal 15 al 18 gennaio 2026





