di Giorgia Leuratti

 

 

Si aggira nello spazio angusto, si siede, mangia, beve dalla bottiglia: avanzando in una sequenza di primissimi piani, Nicola raggiunge la stanza; è ad una marionetta che si rivolge “Com’ero buffo quand’ero un uomo in carne ed ossa”.

E’ un microcosmo di margine, fatto di vinti ancora in lotta, di presenze desolate e fragili, che si fa luogo per “Viva la sposa” (2015) di Ascanio Celestini, presentata alle “Giornate degli autori: Venice Day” nello stesso anno.

Tragica quanto vitalistica, la periferia di Roma diviene punto d’osservazione per vite parallele pronte a collidere dinanzi ad un incidente, uno scontro: ruotando ininterrotte attorno al simulacro di una sposa che ne rappresenta il surreale punto di contatto, procedono, si articolano nel continuo, irrisolto tentativo di riscatto.

Nicola (Ascanio Celestini) non ha mai smesso di bere, Sofia (Alba Rohrwacher) non è scappata in Spagna, Anna (Veronica Cruciani) ha trasformato in omicidio la sua paura dei cani; interrompendosi, scontrandosi, talvolta accarezzandosi, le loro esistenze tendono a qualcosa senza mai approdarvi del tutto.

Veicolata da uno sguardo che vi si catapulta dentro, che si immerge, che s’inerpica singhiozzante, intenso, volutamente discontinuo, la storia è una favola scura, i suoi abitanti hanno zavorre troppo pesanti e orizzonti troppo lontani.

A Sasà (Salvatore Striano), incastrato in un inganno senza vi d’uscita, la vita sarà strappata con violenza, Salvatore (Francesco De Miranda) conserverà senza volerlo il retaggio dell’incertezza che lo ha visto nascere; saranno i tavoli del bar, le stanze del garage, le strade limitrofe e spoglie dei sobborghi, ad incastrare i loro sguardi, a renderli talvolta inermi di fronte all’incapacità di rovesciare il destino.

In un quadro, tanto piccolo quanto popolato da personaggi compessi, il fatto di cronaca procede parallelamente alla storia stimolando la curiosità dei suoi caratteri ma non il loro reale intervento: la sposa americana cammina tra le macerie del terremoto dell’Aquila da uno schermo televisivo, il pestaggio della polizia (in diretto riferimento alla morte di Giuseppe Uva) non si vede ma si percepisce dalle urla straziate, al di là di una porta.

Permea il racconto una sofferenza diffusa; qualcuno muore, di colpo o per sbaglio, qualcuno continua a guardare la morte; un ragazzo corre stringendo una borsa e solo alla fine, da solo, nascosto, sussurra: Viva la sposa!

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