di Andrea Cavazzini

 

Sono trascorsi ottant’anni da quel 28 marzo 1941, quando Adeline Virginia Stephen più nota come Virginia Woolf, perseguitata dai tormenti interiori, si riempì le tasche di pietre e si annegò a soli 59 anni nel fiume Ouse vicino a casa sua nel Sussex. Il suo corpo fu ritrovato tre settimane dopo. Prima di morire, lasciò un biglietto a suo marito Leonard, dicendo: “Carissimo, sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo attraversare un altro di quei tempi terribili. E questa volta non mi riprenderò. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che sembra la cosa migliore da fare

Questa strana, adorabile, furtiva creatura“, come era stata descritta una volta da Lady Ottoline Morrell, non c’era più e la società letteraria inglese era sbigottita mentre Thomas Elliot commentò che era “la fine del mondo”.

I giornali dell’epoca non lesinarono critiche e cattiverie (la stampa di oggi non sembra sia molto cambiata…), affermando che il suicidio della Woolf fu in qualche modo un atto di codardia, piuttosto che una tragedia personale. La depressione segnò fin da ragazza la sua fragile esistenza a causa dei lutti che colpirono i suoi più stretti affetti familiari.

Mentre molti attribuirono il primo crollo di Virginia alla morte improvvisa di sua madre nel 1895, altri lo individuarono nei difficili rapporti tra lei e i suoi fratellastri.  Due anni dopo, un’altra tragedia colpì la famiglia quando la sorellastra, Stella Duckworth, morì improvvisamente e la morte di suo padre per cancro allo stomaco qualche anno dopo le provocò un altro cedimento nervoso. Virginia tentò il suicidio saltando da una finestra. Nonostante tutto, il disagio vissuto non le impedì di tornare alla vita, alla amata famiglia e soprattutto perseguire nella conoscenza circondandosi delle menti più raffinate di Londra.

Suo padre Sir Leslie Stephen, era un noto storico e letterato e sua madre proveniva da una famiglia di editori, rimasti precedentemente vedovi si unirono in seconde nozze. Virginia era l’ottava tra fratelli e fratellastri. Entrambi i genitori erano avvezzi alla letteratura e la loro casa che disponeva di una grande biblioteca, era frequentata assiduamente da scrittori e intellettuali, Henry James e James Russell Lowell erano visitatori abituali.  Un gruppo di essi noto come Bloomsbury Group poco avvezzo ai rigidi valori vittoriani si incontrava regolarmente a casa di sua sorella, Virginia ne sposò uno dei componenti, Leonard Woolf, scrittore ed editore proveniente da una famiglia ebrea, nel 1912.

Virginia Woolf è universalmente considerata una delle più importanti scrittrici del ventesimo secolo, fautrice del modernismo, un movimento letterario di avanguardia nato intorno agli anni ’30, fu anche romanziera e critica letteraria, pioniera dell’uso della tecnica narrativa del “flusso di coscienza”, oltre ad essere membro della società artistica e letteraria di Londra,  Legò la sua fama alla sua personalissima capacità di scrittura, ma anche alla riforma dell’istruzione, fino a diventare un’ icona negli anni ’70, grazie alle sue opere a sostegno della critica femminista. Diede voce a migliaia di donne che si sentivano abbattute, vulnerabili, e forse spaventate. Le sue opere sono state tradotte in più cinquanta lingue che sono state al centro di molti romanzi, film e opere teatrali. Tra i suoi romanzi più noti: “La crociera”, La signora Dalloway”, “ Gita al faro” e “Una stanza tutta per sé”.

Ralph Thompson, critico letterario del New York Times, scrisse in un suo editoriale: “Virginia Woolf è la perfezione più vicina quando si tratta del passato o di un presente che ha già cominciato a perdersi nel passato. Allora lei è davvero vicina alla perfezione. 

Nei suoi scritti, le impressioni visive e uditive sono create dalla fusione di virtuosismo stilistico e intenso lirismo. La visione poetica dei romanzi di Virginia Woolf è così intensa che eleva le ambientazioni ordinarie e banali, persino l’ambientazione in tempo di guerra nella maggior parte dei suoi romanzi.

Nei suoi romanzi, la Woolf operò una rottura decisiva con la narrativa vittoriana ed edoardiana che l’aveva preceduta, creando una narrativa sperimentale che riguardava più la forma che la trama. Cercò di rendere il romanzo qualcosa di nuovo e fresco, ad esempio, catturando la realtà come qualcosa di instabile, come la rivelazione dei personaggi, spingendo i confini per approfondire il più umanamente possibile il funzionamento interiore. Ha osservato la loro mente, offrendo ai suoi lettori una visione attraverso i suoi pensieri sulla vita, la realtà e la verità e li ha resi sinonimi di “spirito”. Secondo lei, uno scrittore doveva suggerire simultaneamente impressioni mentali e realtà esterna. La vera realtà può essere catturata solo quando entrambe le parti sono ben catturate dallo scrittore. Gli elementi soggettivi, per lei, erano più importanti di quelli oggettivi. Per lei, l’essenziale era “uno spirito sconosciuto e non circoscritto”. La sua coscienza era determinata dal miscuglio del tempo e dalla libera associazione di immagini e idee. Nella sua coscienza egocentrica, il passato, il presente e il futuro si amalgamavano in modo sorprendente.

Uno stile poetico unico, interessato al tempo, alla memoria, al “monologo interiore”, dove le esperienze dei personaggi venivano scongelate in scorci momentanei, strutturati attraverso l’utilizzo delle parole e delle metafore che svanivano nel romanzo diventando a loro volta, immagini, illusioni, che si fondevano per rendere sublime la sua prosa.

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