di Mario Claudio Cesario

 

La docuserie di Netflix che dimostra che in America tutto è possibile. Anche che un imprenditore americano diventi Presidente degli Stati Uniti d’America.

L’America, il super continente, il cuore del mondo dove oltre un miliardo di abitanti ogni giorno si muove su quarantadue milioni di chilometri di superficie terrestre. Dalla sua scoperta, una moltitudine di uomini e donne ha rincorso quel sogno americano che non ha risparmiato nessuno.

Netflix, in una sua docuserie formata da quattro puntate, sceglie il newyorkese Donald Trump. Questo documentario offre allo spettatore una visione senza filtri del percorso personale di un giovane ambizioso e caparbio.

Un viaggio avvincente che parte con un flash back nella New York degli anni Settanta, dove Donald John Trump aveva appena finito il servizio di leva nell’Arma americana, risultando il migliore tra i commilitoni e facendo così emergere la sua forte personalità.

Il giovane Donald gode di un agiato contesto familiare, ma questo non gli impedisce di sognare ancora più in grande mentre più volte viene definito un visionario.

Fa costruire la Trump Tower, un extra lussuoso hotel nel cuore di Manhattan, solo il primo tassello di un impero utopistico per i più. È un egocentrico, un accentratore di folle, e questo al popolo piace. Costruisce mega casinò, il Taj Mahal ad Atlantic City. I suoi fidati consiglieri, tra cui l’ex moglie Ivana Trump, lo informano che questo “capriccio” sarebbe stato deleterio, avvisandolo che in un solo giorno questa struttura è in grado di consumare in elettricità più di quanto incassi giornalmente, ma la sua testardaggine gli impedisce di dare ascolto ai consigli ricevuti, tanto che successivamente finisce in bancarotta.

Il motto di Trump è: “Chiunque può diventare qualsiasi cosa voglia se si impegna” e questo diventa un mantra che coinvolge il suo entourage e fomenta lui stesso fino a portarlo ad ambire alla Casa Bianca.

Un personaggio così pretenzioso che la NBC gli propone di presentare un reality show, “The Apprentice”, nel quale vengono formati e giudicati giovani aspiranti imprenditori. Questo gli ha consentito di risollevarsi dal fallimento e gli ha dato un’eco maggiore perché il format americano è arrivato anche in Italia, presentato da Flavio Briatore. Il suo “You’re fired!” ha accompagnato gli americani per ben quattordici stagioni.

Il protagonista di questa docuserie ritrova il successo e l’energia che aveva diciotto anni, quando indossava la divisa. Ha vinto battaglie giudiziarie e coniugali, ha apparentemente smentito accordi con politici su argomenti pregni di corruzione. Ora l’ascesa del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti non gli appare più impossibile.

Le varie interviste di amici e nemici, i reportage e le immagini di repertorio lo fanno apparire un personaggio diverso, scevro di quella ripugnanza raccontata e rappresentata da Michael Moore in “TrumpLand”.

Netflix, pone sotto l’occhio attento e curioso dello spettatore un Donald neutro, non lo giudica, non lo attacca né lo idolatra. Allo spettatore è lasciato l’avido desiderio di essere catapultato in un capitalismo abbietto, tra una giocata in un casinò, lo show business e un sistema social ai più impensabile. Lascia libera interpretazione a chi guarda questo documentario, probabilmente permette il riaffiorare di un ricordo cinematografico in cui Trump risulta essere una figura analoga a Charles Kane, ruolo interpretato da Orson Welles in “Quarto potere”. Un individuo che “non conosce il concetto di morale”.

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