Diceva il saggio (il solito cinese), ”quando un’idea piace e funziona tutti la cercano e tutti la vogliono” e sembra sia proprio vero e ci piace sottolineare che in particolare a noi di Quarta Parete che di idee (giornalistiche) viviamo, quella che i nostri articoli dedicati alle Donne che hanno fatto la Storia del secolo scorso abbia(presumiamo), ispirato magari il monumentale Corriere della Sera, che dedica da poche settimane alle donne della Storia, con utili libricini in allegato (a pagamento) e il dottor Bruno Vespa che a quelle Donne questa volta del cinema italiano dedica addirittura il suo ultimo libro vacanziero (molto lontano dai retroscena di Palazzo ai quali ci ha abituato), ci inorgoglisce e ci “sprona ad andare avanti”, come diceva parlando della qualità’ dei suoi film Audrey Hepburn, regina di un cinema che definitivamente e senza ombra di dubbio alcuno, non c’è più. Pensate che quando la Hepburn, attrice britannica nata in Belgio che dopo la danza ed il teatro sotto le bombe di Hitler nella Londra degli anni quaranta, approdò al cinema, lavorando con registi del calibro di Billy Wilder, George Cukor e Blake Edwards al fianco di attori come Gregory Peck, Humphrey Bogart, Gary Cooper, Cary Grant, Rex Harrison, Peter O’ Toole, Sean Connery e William Holden, fu tale il successo che le ragazzine e le Donne di quegli anni cinquanta e sessanta, imitavano tutte e dico tutte (mamme, figlie, impiegate, regine, infermiere, dottoresse, avvocatesse, fidanzate, amanti, etc.) il taglio dei capelli, il trucco leggero su un viso di porcellana che esaltava i suoi occhi, l’eleganza dei suoi vestiti, quella di un corpo, ”tagliato” per sfilare per i grandi della moda che sognavano ad occhi aperti di averla per una volta sola in passerella e tutto questo soltanto con due o tre film dei tanti da lei interpretati e passati alla storia. ”Sabrina” di Billy Wilder, nei panni della bella, delicata e aristocratica figlia di un maggiordomo al servizio di un’agiata famiglia americana che si innamora e fa innamorare di se i rampolli di casa con i volti di Humphrey Bogart e William Holden e quel “Vacanze romane” di William Wyler nei panni dell’ascendente al trono di un piccolo regno, in visita di Stato a Roma che vive un’insolita vacanza romana, a bordo di una Vespa fra le braccia di un giovane cronista con il volto di Gregory Peck. Ecco, solo con quei due film la bella Audrey, raggiunse la fama mondiale nei primi anni cinquanta, a cui seguirono capolavori come “Gigi” pièce teatrale tratto dall’omonimo romanzo della francese Colette, che gli valse il prestigioso Theatre World Award mentre per “Vacanze romane” nel 1953 conquistò addirittura l’Oscar come migliore attrice protagonista.
A questi successi seguirono film come “Guerra e Pace” di King Vidor con Mel Ferrer, che si innamorò di lei e la sposò e poi “Colazione da Tiffany” nel 1961 diretta splendidamente da Blake Edwards, elegante come non mai, persa fra quei gioielli in quel negozio esclusivo sulla Fifth Avenue di New York, che ancora oggi è assalito da masse di turiste da tutto il mondo anche in ricordo di quel film e soprattutto di quella donna così affascinante, così bella con quel cappottino disegnato per lei da Givenchy un “aplomb” naturale quello della Hepburn perché figlia di un’antica famiglia nobile olandese, che gli fornì anche grazie alla nonna paterna il cognome Hepburn con cui divenne famosa. E pensare che per “Vacanze romane” la produzione voleva scritturare Elizabeth Taylor, idea che fu abortita dallo stesso regista Wyler che la volle appunto nei panni sbarazzini della principessa Anna. ”All inizio”, disse il regista, “recitò la scena del copione, poi, si sentì’ qualcuno sul set gridare: Taglia, taglia, ma le riprese continuarono e lei si alzò dal letto del giornalista Gregory Peck nella mansarda di via Margutta a Roma e chiese. ”Com’era, sono andata bene?”, e si accorse che tutti erano silenziosi e che le luci erano ancora accese, si rese conto che la cinepresa stava ancora girando e che tutti erano rimasti così rapiti dalla sua interpretazione che io stesso e il mio assistente dimenticammo di dare lo stop”. In “Sabrina” invece nacque l’amicizia con lo stilista francese Givenchy, che disegnò poi per lei i costumi di molti film, ma la Hepburn era già diventata un’icona dello stile, una donna di gran gusto che odiava il gossip, ammirata ed imitata, fra i tanti costumi che le fans imitavano, su tutti il famoso tubino nero indossato in “Colazione da Tiffany” e i famosi occhiali da sole grandi e neri. ”Per avere occhi belli (diceva), basta guardare come se si stesse cercando una cosa bella, per labbra splendide, basta dire solo cose splendide e per la posa, l’importante è camminare come se non ci fosse mai il sole”.
Nel 1961 dopo l’’Oscar vinto per “Sabrina”, fu nominata anche per “Colazione da Tiffany”, ma quell’anno l’Oscar lo vinse Sophia Loren per “La Ciociara”. La Hepburn collezionò tre Golden Globe, un Emmy, un Grammy Award e tre David di Donatello e nel 1993, l’American Film Institute l’ha collocata al terzo posto tra le più grandi attrici di tutti i tempi. Fra le tante curiosità della sua vita privata, dopo il divorzio da Mel Ferrer di cui rimase molto amica, l’amore sbocciato a Roma per un giovane e brillante psichiatra, Andrea Dotti di famiglia aristocratica, che poi sposò e dal quale ebbe un figlio, Luca e l’incontro ancora una volta con Elizabeth Taylor nel 1964 per il ruolo di Eliza Doolittle per il musical “My Fair Lady”, il capolavoro che la vide protagonista al fianco di Rex Harrison diretta da George Cukor. Per quel film di cui conservo gelosamente il gigantesco quattro fogli sotto vetro, non solo fu scartata la Taylor, ma la bella Audrey sfilò il posto anche ad un’altra candidata che era niente di meno che Julie Andrews, che per altro aveva interpretato quel ruolo con successo in teatro a Broadway. Nel 1989 la Hepburn fu nominata Ambasciatrice dell’Unicef e da quel momento si dedicò all’aiuto dei bambini dei paesi poveri, viaggiando in tutto il mondo. ”Sabrina” come la chiamano ancora i fans quando la vedevano per via Condotti o piazza di Spagna a Roma, morì il 20 Gennaio del 1993 per un cancro: ”Il successo”, disse in una delle sue ultime interviste, ”è come raggiungere un traguardo importante e rendersi conto di essere sempre esattamente la stessa persona. personalmente mi rilasso solo con le persone che mi fanno ridere, credo che alla fine della giostra, che ridere sia la cosa che mi piace di più di certe luci della ribalta rovinano la carnagione. Chi non crede nei miracoli non è un realista”.
* Critico cinematografico e letterario, giornalista, dal 1976 inviato speciale RAI (TG1, TG2, TG3, TG3 Regionale, Rete Uno, Rete Due, Rete Tre) per Cinema, Spettacolo, Costume.