Nel “Rapporto sulla verità assediata” di Luigi Marinelli, la cultura polacca diventa il luogo di un lungo confronto con la verità, tra letteratura, filosofia e resistenza alla menzogna
Provenendo da studi ispanici, non sono abituato a parlare del concetto di verità. Da noi la verità arriva sempre di traverso. Ci sono le verità mistiche di san Juan de la Cruz, che si raggiungono solo attraverso la notte oscura. C’è l’opera di Cervantes, intarsiata di follia, dove un hidalgo scambia i mulini per giganti e alla fine è l’unico a vedere il mondo com’è davvero. C’è La vida es sueño di Calderón de la Barca, con il suo sospetto che vivere sia soltanto sognare. E ci sono i bestiari magici e soprannaturali dei cronisti, che descrivevano la natura meravigliosa del Nuovo Mondo e da cui è poi germogliato, secoli dopo, il real maravilloso. Per farla breve, e con Borges: la realtà è finzione, e l’unica verità è la bugia.
Leggendo Rapporto sulla verità assediata di Luigi Marinelli scopro invece che in un pezzo di mondo più vicino al mio, la Polonia, intere generazioni di scrittori, filosofi e artisti hanno preso la verità sul serio. È un mondo forse più impenetrabile dello spagnolo, per ragioni linguistiche. Va dal romanticismo di Mickiewicz e Norwid fino a Szymborska, passando per Witkacy, Gombrowicz, Miłosz, Herbert, Lem e molti altri. Marinelli prende in prestito un termine di Jakobson e lo dice chiaramente: nella cultura polacca moderna la verità è «la dominante», il fuoco attorno a cui si organizza tutto il resto.
Prima di scoprire perché sia assediata, ho cercato di capire cosa fosse questa verità. Probabilmente un caso particolare di menzogna: una menzogna che corrisponde, almeno parzialmente, a una data realtà, a un vissuto, a una dottrina, a una conseguenza logica. Una menzogna verosimile, veritiera, vera. Ripercorrendo il libro mi sono accorto che ognuno degli autori interpellati da Marinelli si pone proprio questa domanda, quella di Pilato, «Quid est veritas?». E ciascuno dà una risposta propria.
Mickiewicz la oppone alla dottrina, perché «ogni verità è figlia del dolore». Norwid la lega al lavoro (in polacco praca e prawda quasi si sfiorano) e ne fa un inseguimento da «Don Chisciotti», con buona pace di noi ispanisti. Witkacy ne individua il nemico nella paura. Czapski, Wat e Herling ne fanno testimonianza del Gulag e smascherano il totalitarismo come «regno della sineddoche», dove la verità si riduce alla «verità del Capo». Gombrowicz la scopre recitata, prigioniera della «Forma». Per Herbert, da cui il libro prende il titolo, resistere alla menzogna è «in fin dei conti, una questione di gusto». Con Lem, letto accanto a Ursula Le Guin, si arriva a una pagina quasi borgesiana: chi scrive finzione mette insieme «un mucchio di bugie» e poi dice «Ecco la verità!». Infine Szymborska scioglie tutto in due «piccole paroline alate»: «non so». Ne viene una galleria che va dalla logica di Tarski al teatro di Kantor, dalla musica di Lutosławski ai reportage di Kapuściński.
Il merito di questi autori polacchi è senza dubbio quello di aver continuato a interrogarsi su cosa sia la verità. Gli autori ispanici sembrano aver gettato la spugna da tempo, e forse anche per questo i polacchi risultano più simpatici. In fondo in un mondo pieno di fake, la verità non solo è merce rara, ma assai pregiata. E questo Luigi Marinelli lo ha capito perfettamente, tanto è vero che il suo excursus polacco risulta fondamentale anche per chi la Polonia la conosce solo dalla cartina geografica. È la verità ciò di cui noi tutti abbiamo bisogno, e dopo tante menzogne del nord e del sud America, perché non rivolgere lo sguardo al cuore dell’Europa?
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Rapporto sulla verità assediata di Luigi Marinelli Luiss University Press (collana Nautilus), Roma 2026, pp. 316, € 16,00





