di Leonardo Campara

 

“La sua opera è immensa, include ogni cosa, dalla natura morta fino a Dio, è un enorme arca di Noè, io mi sarei trasferito a Venezia soltanto per lui!”  Così l’artista più influente dell’arte contemporanea, ponte tra l’Impressionismo e le avanguardie storiche, Paul Cezanne, definisce così la pittura del Tintoretto, maestro di luce ancor prima dell’avvento di Caravaggio ed interprete della pittura veneziana per eccellenza. Ci ha pensato il regista Erminio Perocco a portare sul grande schermo l’opera di Tintoretto, in una versione documentaristica e facendo parlare grandi esperti in materia tra artisti, storici dell’arte, direttori di musei etc.  La scelta del titolo “Tintoretto: l’artista che uccise la pittura” puntualizza sul ruolo giocato dal pittore veneziano nello scacchiere della pittura del Cinquecento italiano. In rotta di collisione con il conservatorismo della “pittura di stato” facente capo a Botticelli, Tintoretto rappresentava un unicum per l’arte del tempo proprio per il suo anticonformismo pittorico, che, ciononostante, gli ha portato numerose committenze rendendolo uno tra gli artisti veneziani più ambiti nel panorama del mecenatismo italiano.

Si può dunque definire il Tintoretto, l’apripista di un’intera generazione di pittori, da Caravaggio in poi, di un modo altro di fare pittura, una reinterpretazione alternativa che aggiungeva al classico gusto rinascimentale elementi di una nuova maniera, fatta di personaggi stilizzati che vedremo solo da metà ‘800 in poi, e pennellate veloci per mettere su tela quella prima percezione di realtà visiva propria degli Impressionisti francesi. Il filosofo francese Jean-Paul Sarte, grande ammiratore della pittura di Tintoretto, lo ritiene il primo regista della storia, facendo riferimento in particolare al capolavoro del 1548, il “Miracolo dello schiavo“, conservato alla Galleria dell’Accademia di Venezia. Sartre racconta di come l’intenzione del Tintoretto di conferire drammaticità all’opera passa necessariamente dalla resa dinamica delle azioni; dunque, in una sola tela, egli dipingere ben 3 interventi di San Marco nell’atto di salvare uno schiavo dalle torture di un signorotto, solo grazie alla rappresentazione delle armi di tortura rotte dall’angelo e dalla reazione sconcertata della folla di presenti.

In più, l’inedita rappresentazione di un angelo (San Marco) nelle vesti di un “Superman” oscurato in favore della vittima, è in totale contraddizione con la canonica manifestazione del divino, solitamente illuminato dalla sua aura e protagonista del dipinto. Nonostante rivoluzionasse la maniera moderna nel senso vasariano del termine, minando certezze canoniche del calibro della dogmatica prospettiva con punto di fuga centrale o per l’appunto il rapporto uomo-divinità sulla tela, Tintoretto è pienamente un uomo del suo tempo e il suo contributo più significativo alla storia dell’arte mondiale è stato quello di sintetizzare il disegno di Michelangelo con la resa dei colori tipica della scuola veneziana di Bellini, Giorgione ma soprattutto Tiziano.

“La pittura mi resisteva, l’ho uccisa” confessa il Tintoretto stesso, da cui il titolo del film, che spiega al meglio gli intenti di destrutturazione dell’arte convenzionale, seguendo un filo rosso legato alle avanguardie storiche di inizio Novecento.

Il documentario diretto da Erminio Perocco, prodotto da Kublai Film, Gebruder Beetz, Videe Spa, Zeta Group, Arte/ZDF e distribuito da Kublai Film, al cinema l’11-12 e 13 aprile.

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