di Leonardo Campara

 

La nuova pellicola di Pablo Larraín, in concorso al Festival di Venezia 2021, offre uno sguardo introspettivo sulla celebre icona pop degli anni ’80 e ’90, Lady Diana Spencer, interpretata da una Kristen Stewart in predicato per l’Oscar come miglior attrice protagonista.

Il racconto è temporalmente collocato nei tre giorni delle Festività natalizie allorché l’attenzione da parte della Royal Family, ivi compreso l’asfissiante personale di corte, opprime in un profondo disagio esistenziale la principessa del Galles, costretta in un contesto di perenne inadeguatezza alla vita formale richiesta dal suo ruolo. 

Il regista Pablo Larraín, specialista di cinema biografico, indaga sugli aspetti interiori della solitudine di Diana e sulle sue speranze riposte nei figli, valvola di spontaneità nel suo mondo preordinato in cui tutto, dal controllo del peso alla scelta degli abiti in una pariniana scena di vita quotidiana, é controllato e sottoposto al vaglio della società. 

Il cast al femminile, capeggiato dalla Stewart – dirompente nell’esercizio delle emozioni di solitudine, gelosia e inadeguatezza in contrasto con la sua umanità e solidarietà –  si compone del suo alter ego opposto, la rigida e conservatrice Regina Elisabetta, e della sua servitrice plautina Maggie, sua lealissima confidente. 

La condotta ostinata e contraria di Lady D. ha scosso l’immaginario culturale mondiale e le ha permesso di entrare, ancor prima del tragico e oscuro incidente mortale, nell’Olimpo dei modelli femministi e anticonformisti, grazie alle sue idee di libertà e ricerca della felicità, in netta antitesi con il modus operandi radicato da secoli in una monarchia rappresentativa come quella inglese. «Il regno britannico vive il presente in un perenne passato, dimenticandosi del futuro», per usare le parole del film. L’inflessibilità britannica e al contempo le ombre della famiglia Windsor sono incarnate dal personaggio di Carlo (Jack Farthing), marito infedele, ma perfettamente inserito in quello scacchiere omertoso della Casa reale inglese, capace di coprire i molti scandali grazie a una fitta rete di comunicazione al servizio della Corona. 

Uno degli elementi più interessanti della pellicola di Larraìn è l’accostamento, incrementatosi a dismisura post mortem, con l’altra “pecora nera” della storia monarchica inglese: Anna Bolena, di cui la Spencer era grande ammiratrice. Entrambe hanno assaggiato gli ambienti di corte, ma ne hanno pagato drammaticamente le conseguenze a causa di tradimenti, invidie intestine e giochi di potere vari. 

È necessario, per un’analisi approfondita del film, partire dalla scelta del titolo “Spencer“, cognome da nubile della Lady, indicativo non solo di un attaccamento alle sue radici familiari – nel film l’epifania di una giacca rossa rimarca la nostalgia del padre e dell’infanzia innocente – ma anche e soprattutto di una lontananza affettiva dalla famiglia Windsor. Un ruolo chiave della storia è svolto da coloro che rappresentano la parte più pura della stirpe reale, i figli William e Harry, il cui viscerale rapporto materno rompe gli schemi della tradizione algida britannica (a maggior ragione se di sangue blu), in favore di un più popolano, caldo e complice amore madre-figlio. 

Questo film, letto alla luce degli eventi burrascosi che coinvolgono Harry e il suo allontanamento volontario dell’ecosistema reale, è da intendere come una soluzione di continuità con il sentimento della madre, come se il secondogenito avesse ereditato il suo stesso senso di ribellione nei confronti dell’opprimente status quo anglosassone. 

Una menzione particolare va rivolta alla fotografia diretta da Claire Mathon e alle musiche di Jonny Greenwood, quest’ultimo in particolare ha conferito alla storia una solennità “regale”, accostando brani originali a rivisitazioni azzeccate (vedi Lou Reed in chiave “canto di Natale”). 

Il film sarà distribuito da Leone Film Group e 01 Distribution dal 24 marzo in tutte le sale.

 

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