di Claudio Riccardi

 

Il teatro per rifugiarsi dalla vita. Il teatro per tenere accesa la fiammella della vita. Il teatro metafora della vita, degli alti e bassi della condizione umana. Al Teatro Quirino è in scena fino al 20 febbraio “Servo di scena”, dalla commedia di Ronald Harwood tra le più significative della produzione novecentesca. La  riduzione è firmata da Guglielmo Ferro, che nel centenario della nascita ne ha fatto omaggio al padre Turi Ferro, che interpretò il protagonista, l’attore Sir Roland. Di spessore gli attori scelti per questa nuova edizione: Geppy Gleijeses (Sir Roland) e Maurizio Micheli (Norman, il servo di scena), mentre Lucia Poli è Milady, moglie dell’attore protagonista. Un trio in grado di dare forma e sostanza a uno spettacolo pervaso da un’ironia sottile e pungente.  Tragicommedia brillante, divertente, pur pervasa da ansie e malinconie che sono insite nell’uomo moderno. Funziona tutto il resto, dal cast nei ruoli di contorno (Roberta Lucca, Elisabetta Mirra, Agostino Pannone) alla geniale scenografia.

“Servo di scena” descrive il dietro le quinte dell’ultimo giorno dell’attore narcisista e stanco, che il servo di scena accudisce e sostiene motivandolo tenacemente: gli fa indossare i costumi di scena, gli suggerisce le battute, lo esorta a non truccarsi da Otello poiché quella sera deve recitare Re Lear. E’ il tema della vanità dell’attore e del timore di uscire di scena dopo una carriera di successi, lenito dalla forza taumaturgica che il teatro esercita sul dolore.

Intorno si sente il riverbero di bombe e sirene. Siamo nell’Inghilterra del 1940, in pieno conflitto mondiale con le città colpite dai bombardamenti aerei nazisti, molti teatri sono stati distrutti e molti attori sono al fronte. Ma non tutti, non Sir Roland, Norman, Milady e la loro compagnia che tengono viva la fiammella del palco e dell’intrattenimento, proponendo nel loro teatro il repertorio di Shakespeare. Lo fanno tenacemente, a ogni costo, anche mentre in sottofondo le sirene incitano la popolazione a raggiungere i rifugi antiaerei. Si sentono rimbombare gli echi dei bombardamenti, la corrente elettrica a volte si fa debole, ma non importa. In scena, “su” il sipario. “Servo di scena” è un inno al teatro, all’impegno culturale contro la distruttività e le nubi fosche che, ieri come oggi, incombono sulle sorti dell’umanità.

Sir Roland, vecchio capocomico narcisista e dispotico, vuole caparbiamente recitare poiché non trova altro sbocco alla sua vita, nonostante le resistenze della moglie Milady che lo esorta al riposo perché stanca di una vita nomade e dei costumi rattoppati odoranti di naftalina. Una prima donna in età matura costretta a interpretare ruoli giovanili e unico personaggio consapevole della necessità di ritirarsi prima di cadere nel ridicolo. In mezzo a loro c’è Norman, il servo di scena tuttofare, alla bisogna consigliere, suggeritore e valvola di sfogo per Sir Roland. Di cui è segretamente innamorata da tempo immemore Madge, la rigida e austera direttrice di scena.

Gleijeses recita praticamente in mutande, senza eccessivi pudori nei confronti degli attori della sua compagnia, Norman compreso, che si premura in più di un’occasione di coprirlo con una vestaglia decente. Quella nudità così esposta e impermeabile ai commenti e alle critiche a suggerire che il personaggio ha evidenti defaillance mentali. Dopo l’ultimo atto Sir Roland trova l’eterna quiete, saluta la scena e la vita. Non prima di aver flirtato con una giovane attrice, stanco sì ma sempre incallito seduttore.
Lascia un libro di memorie, tra le cui pagine il ruffiano e scaltro Norman inutilmente cercherà il proprio nome. Genio e ingratitudine. Ma in fondo è lui che, costringendo a tutti i costi Sir Roland a impersonare Re Lear, lo condanna all’ultimo sforzo fatale.

Pur così diversi i due personaggi, Sir Roland e Norman, sono complementari, l’uno necessario all’altro. Il talentuoso interprete senza l’aiutante non reggerebbe il peso psicologico delle sue paturnie; dall’altra parte, il servo di scena, che avrebbe voluto lui stesso recitare, attinge alla luce riflessa del suo signore.

Molto suggestiva la scenografia che ambienta l’azione nel camerino, oltre il quale si muovono le ombre cinesi della rappresentazione di Re Lear, con gli attrezzi di scena che gli attori utilizzano per produrre i rumori della tempesta. Sul fondo del palco viene rappresentato l’ambiente teatrale vero e proprio, dove la finzione cancella, annulla e nasconde per il tempo necessario le angosce umane individuali, nonché le controverse relazioni che si intessono tra i membri della compagnia e, soprattutto, con il loro Re capriccioso e gaudente. In quella dimensione, il pubblico, il sipario e il palcoscenico sono posti sul medesimo piano, mediante un gioco di ombre cinesi e a spazi completamente aperti.

 “Servo di scena” è una grandiosa parabola sulla necessità che ha l’uomo di creare e trascendere se stesso, sul bisogno di essere protagonista, di ricoprire una posizione funzionale ad uno scopo. Di dare un senso alla propria vita, che sia su un palcoscenico o nella quotidianità reale.

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