di Paola Tiriticco

 

Vietato rivelare quale destino l’autore ha riservato al suo personaggio preferito, vietato svelare qual è la fine di un mondo talmente reale da pensare che esista veramente, ma soprattutto vietato intristirsi.

E’ l’ultimo libro di Andrea Camilleri, Riccardino (Sellerio Editore ), uscito postumo per volontà dell’autore il 16 luglio 2020 e primo in tutte le classifiche di questa strana estate.

Camilleri l’aveva scritto nel 2005 perché a 80 anni voleva essere l’artefice dell’uscita di scena del Commissario Montalbano, non voleva lasciarlo vivacchiare dopo di lui nelle mani di altri, che ne avrebbero potuto certamente raccontare le indagini e le avventure ma senza conoscerlo profondamente così come il suo creatore.

Ecco allora che consegna a Elvira Sellerio il manoscritto con l’ultima avventura di Salvo, con l’accordo di pubblicarlo solo dopo la sua morte.

Nel frattempo Camilleri pubblica altri 15 libri su Montalbano e nel 2016 decide di rivedere il manoscritto, soprattutto per aggiornare la lingua da lui inventata, il vigatese, che, come le vere lingue, nel frattempo si è evoluta. Ma non cambia la sostanza né il titolo che doveva essere provvisorio e che invece rimane “Riccardino”,  meno suggestivo ed evocativo degli altri ma forse proprio per questo indice di una cesura definitiva.

L’indagine è piena di ritmo e di sorprese, Salvo sfodera tutto il suo acume per non fermarsi all’ovvio, alle apparenze, per andare oltre una facile soluzione.

Ma il Commissario Montalbano comincia a sentire il peso degli anni, è affaticato e un po’ intristito dagli eventi, Livia è lontana, Augello assente per motivi familiari e lui vorrebbe fare un passo indietro, sente che non ha più la verve di una volta, l’agilità fisica e mentale che gli ha permesso di risolvere tante indagini.

Il confronto con l’attore famoso, più giovane ed energico, lo deprime, mentre ingaggia una lotta verbale con l’autore che vuole condurre l’indagine al posto suo, vuole decidere tutto, imporre un finale, impedendogli quella libertà che ormai Montalbano pretende.

Una situazione pirandelliana, che Camilleri padroneggia con il suo tipico umorismo, divertendosi a creare situazioni di conflitto tra l’autore e il personaggio, dove nulla è scontato, e dove il lettore assiste sorridendo alle loro schermaglie.

Pirandello, da sempre considerato come un padre letterario,  è il maestro irraggiungibile, colui che aveva cambiato il teatro per sempre, siciliano e cugino della nonna paterna, figura familiare e allo stesso tempo reverenziale, di cui Camilleri fu profondo conoscitore.

Ed in effetti in tutto il libro niente è come appare, né l’indagine, né l’omicidio, che non è uno solo, né la vita dei protagonisti e nemmeno Il Commissario Montalbano.

E anche la fine spariglia le carte in tavola, leggera eppure profonda, ultimo atto di amore dell’autore verso la sua creatura e verso il suo pubblico.

Un’uscita di scena non banale e venata di profondo umorismo, degna di un grande scrittore. 

Sembra quasi di vederlo e sentirlo, Camilleri, con la sua voce roca e profonda ed un sorriso ironico rivolto al lettore, cosa vi aspettavate?

Certo non la banalità, ma per sapere cosa ci ha riservato l’autore, non resta che leggere il libro, perché, mai come in questo caso, lo spoiler è severamente vietato.

 Ma per questo bisogna leggere il libro, perché è vietato ogni spoiler che possa rovinare la sorpresa.

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