di Giorgia Leuratti

 

Il suono di un clacson, le mani di un uomo si muovono sul volante, tutto appare placido all’ombra plumbea della sera, quand’ecco sopraggiungere lo stridore d’una brusca frenata: dapprima visibile solo in primo piano, l’uomo si appresta illeso verso casa: “Willy?” – “Si, sono io, sono tornato!”.

E’ dal ritorno, condizione necessaria al ri- assembramento del nucleo familiare che ha inizio “Morte di un commesso viaggiatore”, seconda trasposizione cinematografica dell’omonima opera di Arthur Miller diretta da Volker Schlöndorff nel 1985.

Alla luce pallida della cucina, Willy Loman (Dustin Hoffman) si abbandona alle premure della moglie (Kate Reid); ascoltatrice paziente, a tratti remissiva, ne accoglie l’alternarsi di umori: ora favoleggia, ora farnetica, si compiace ininterrotto di presunti successi per poi di colpo perdere la calma.

Se l’inquadratura, oltre il vetro di una finestra, dà l’illusione che i coniugi siano osservati da un punto di vista esterno; la stessa dinamica si presenta parallelamente nel secondo dialogo che, verificatosi in contemporanea al primo, si svolge tra i due figli al di là di un’altra finestra: intenti a fare i conti con un presente deludente, si confidano i loro fallimenti.

Laddove i primi si rivolgono al passato, i secondi si rivolgono al futuro; in entrambi permane l’ombra di un rimpianto che sembra sussistere come trasversale all’architettura della famiglia stessa: investito il padre in un repentino processo di demenza senile, incapace di riconoscere la realtà dal proprio autoconvincimento, si ritrova a trascinare la famiglia nel suo personale abisso, compromettendone inevitabilmente gli equilibri.

Un flusso di coscienza di fronte ad un bicchiere di latte, uno sguardo al proprio riflesso nello specchio divengono detonatori per il materializzarsi di una realtà idilliaca e trascorsa, ormai irriproducibile.

Nel flusso di una progressiva frustrazione, Willy è costretto a ridimensionare i propri fondamenti, a scostare il velo rassicurante dell’autoconvincimento: punto nodale del suo sistema di credenze, il rapporto con il figlio Biff (John Malkovich) si rivela imbastito di menzogne, il suo spirito cosi invecchiato e usurato da condurlo a tentare il suicidio.

“La mia vita è stata tutta una bolla di sapone” – di colpo licenziato, in bilico tra accettazione e abisso di sé l’uomo soccombe; ormai incapace di comunicare il suo dolore ai figli, impossibilitato a riscattarsi e nell’ostentazione di una simpatia delirante, un uomo, forse inconsapevole di quello che era, pone fine alla sua esistenza.

Un elogio funebre, poche sagome raggruppate su di una collina: “Willy era un commesso viaggiatore, quelli come lui vivono a mezz’aria aggrappati ad un sorriso e ad un paio di scarpe lucide”.

Condividi su: