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Questo melodramma non s’ha da fare, mai e poi mai

Il tragicomico tumulto di un’isola-polveriera, fra malcontento e insurrezioni, boicottaggi e ostruzionismo.

In sintonia con la straripante offerta culturale catanese, targata 2025-2026, non può mancare la rassegna messa a punto dal Teatro Stabile di Catania, degna di menzione soprattutto per i suoi affondi nell’universo letterario e drammaturgico di figure come William Shakespeare ed Eugène Ionesco, Italo Svevo e Neil Simon, John Patrick Shanley e Carlo Goldoni, Arthur Miller e Molière. Ed è qui, tra questi affondi creativi, che essi siano inglesi o statunitensi, italiani o francesi, che trova posto l’unicità del codice artistico di Andrea Camilleri, il romanziere siciliano a fondamento dello spettacolo allestito dal 6 all’11 gennaio: Il birraio di Preston. Una messa in scena non proprio inedita, preceduta negli anni da altre, nondimeno, continuando a mantenere lo stesso grado di potenza e densità.

Un titolo che, in verità, appartiene a due opere, nel segno di un’omonimia tutt’altro che accidentale. La prima è, appunto, l’opera narrativa camilleriana pubblicata nel 1995, quella da cui proviene la rielaborazione e semplificazione teatrale di cui trattiamo in queste righe: un rifacimento snellito, dalla letteratura al teatro, inizialmente per tramite dello stesso scrittore empedoclino e poi sotto la direzione del commediografo e regista Giuseppe Dipasquale. Quest’ultimo posto alla guida di una squadra di ben 11 attori, ciascuno dei quali messo alla prova nel tentativo, riuscitissimo, di rimbalzare da un ruolo all’altro, a coprire un vastissimo numero di personaggi, da quelli principali a quelli secondari. Il risultato è un andirivieni scenico, orchestrato tra mutazioni scenografiche e policromie di luci e costumi; un esperimento metateatrale e corale, scritto e orale, di romanzo nel teatro e di teatro nel teatro dove diviene incontestabile la destrezza dei tre interpreti protagonisti: Edoardo Siravo, Federica De Benedittis e Mimmo Mignemi.

La seconda opera, con la medesima denominazione, è quella firmata dall’operista e compositore Luigi Ricci, l’autore a cui dobbiamo il melodramma in stile giocoso ed in tre atti, su libretto di Francesco Guidi, rappresentato per la prima volta a Firenze nel 1847. Ed è qui che qualcuno di voi, probabilmente, è portato a domandarsi cosa può avere in comune un romanzo con il dramma lirico appena citato: la ragione è semplice e riguarda lo sviluppo dell’intreccio. In altri termini, le due creazioni non condividono la trama per intero, come si può essere inclini a pensare. Titolo a parte, quel che Camilleri prende in prestito da Ricci, e adoperando l’ironia, è, infatti, la rappresentazione stessa della composizione melodrammatica: una rappresentazione tutt’altro che favorita e fluente, ma al contrario polemizzata e contrastata, protestata e rifiutata. Da chi e perché lo vedremo tra poco. Per adesso è utile soffermarsi su altri aspetti.

Uno di questi è l’aspetto linguistico, o meglio l’ibridismo linguistico per nulla trascurabile quando si parla di Camilleri. Nello spettacolo, e dapprima nel romanzo, vi ritroviamo un italiano-siciliano canzonatorio, che a sua volta confluisce in una commistione di regionalismi e dialettalismi, i più svariati: da quelli settentrionali a quelli meridionali, dal milanese al veneto, dal piemontese al fiorentino fino al romanesco. Al pasticcio linguistico corrisponde l’altrettanto caos narrativo di un racconto volutamente poco lineare e disorientante. La progressione dello stesso, infatti, sembra quasi costantemente rimandata, come se centro, inizio e fine si mescolassero tra di loro e nel mezzo continue divagazioni e deviazioni, parentesi e digressioni.

E in più le inserzioni: inserimenti sonori che permeano, anch’essi, il racconto, affinché si rimarchino le salienze e si accentui la declamazione. Cruciale lo stratagemma della voce narrante, la cui funzione descrittiva ed espositiva riordina parzialmente il garbuglio e plasma lo spettacolo come se fosse un audiolibro.

Un audiolibro dove ciascuna sezione interpella la finzione. D’altronde, seppure ci sia la dimensione storica e realistica, per mano di Camilleri quest’ultima difficilmente non viene affiancata anche dall’immaginazione, accanto alla onnipresente componente caustica e umoristica, come si è detto, e a quella misteriosa. Alla pari di altre ricorrenze stilistiche, l’enigma e l’oscurità, il poliziesco e il crimine aleggiano spesso nel mondo camilleriano, e dalla pagina al palcoscenico l’effetto è più o meno lo stesso. Vi ricordate ad esempio di “Era una notte buia e tempestosa”? Così esordiva la nota avventura intitolata Paul Clifford, composta dal britannico Edward Bulwer-Lytton nel 1830. Ebbene Camilleri, in linea con i prestiti artistici di cui è solito beneficiare, sempre dal punto di vista del sarcasmo che, mediante gli stessi, mette in atto, si impadronisce di questo ulteriore elemento. In questo caso, l’espressione introduttiva appena riportata, che nel siciliano del suo romanzo diventa: “Era una notte scantusa”.

Era una notte “sinistra e spaventosa” ed era la seconda metà dell’Ottocento. Quella notte di dicembre nella fittizia Vigàta divampò un grosso incendio che, a partire da un teatro, non tardò a raggiungere anche le abitazioni della zona. Una zona che ipoteticamente doveva essere quella dell’agrigentino, tra Licata e Maddalusa (Vigàta e Montelusa). A suggerirlo proprio i nomi di fantasia attribuiti sia da Camilleri che da Luigi Pirandello nella loro produzione letteraria, entrambi per riferirsi alla stessa area di nascita. Eppure, oltrepassando l’immaginazione, non si esclude un più concreto riferimento ad un simile accadimento, con tanto di indagine a seguito, realmente verificatosi a Caltanissetta.

Un grosso incendio, dicevamo: un gesto di ribellione ed insieme intimidazione. Un incendio doloso, dunque, appiccato da chi, per tutta risposta, mal sopportava le imposizioni provenienti dall’alto della ostinata prefettura. Il prefetto in questione, infatti, si era impuntato che il teatro vigatese, prossimo all’inaugurazione, avrebbe dovuto ospitare per l’occasione proprio l’opera di Luigi Ricci, tanto sgradita e detestata da buona parte dei cittadini, intenditori e non, che avrebbero preferito di gran lunga assistere al più celebre Giuseppe Verdi e ad uno dei suoi capolavori. Ma che fosse un autore minore od un altro maggiore, quella non doveva essere altro che un’occasione di scambio collettivo, puntualmente mandata a monte, “gettata nella stretta delle fiamme” per una sciocchezza. Un banale atto di testardaggine pagato con il prezzo di un rogo.

Il prezzo dell’irruenza e dell’avventatezza, di quell’impetuosità e impulsività che non fanno sconti a nessuno, laddove persino inezie e frivolezze come queste possono dare origine ad un parapiglia infinito. Un parapiglia, talvolta, acutizzato da eventuali antagonismi e avversioni già latenti; dunque faccende di potere e orgoglio, di coltelli e pistole, di obbedienza e del suo contrario. Faccende di dispotismo e di onore, per capirci. Di onore mafioso, per la precisione. E come sappiamo la Sicilia con quest’ultimo vi cammina fianco a fianco, sottobraccio. Da sempre.

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Il birraio di Preston – tratto dal romanzo di Andrea Camilleri pubblicato da Sellerio editore – riduzione teatrale di: Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale – regia: Giuseppe Dipasquale – scene: Antonio Fiorentino – costumi ripresi da: Stefania Cempini e Fabrizio Buttiglieri da un’idea di Gemma Spina – con: Edoardo Siravo, Federica De Benedittis, Mimmo Mignemi, e con in o.a.: Gabriella Casali, Pietro Casano, Luciano Fioretto, Federica Gurrieri, Paolo La Bruna, Zelia Pelacani Catalano, Valerio Santi, Vincenzo Volo – produzione: Marche Teatro, Teatro Al Massimo di Palermo, Teatro di Roma – foto di scena: Tommaso Le Pera – Teatro Giovanni Verga di Catania (6-11 gennaio 2026)

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