“Quello che chiamiamo amore” di Loreta Minutilli: la recensione

 

È in libreria dal 4 marzo il nuovo romanzo di Loreta Minutilli, scrittrice barese che dopo il successo del suo romanzo d’esordio Elena di Sparta (pubblicato con Baldini e Castoldi nel 2019) torna con Quello che chiamiamo amore edito da La nave di Teseo.

Il romanzo racconta la vita di Ettore, cresciuto in provincia in un quartiere degradato e innamorato fin da bambino di Elisa. Attraverso l’amore per Elisa, che il giovane protagonista spia dalla finestra di fronte, percorriamo insieme all’autrice le tappe di un’intera vita costruita in funzione di un sogno d’amore che a tratti si rivela un’ossessione.
Ogni azione e obiettivo del protagonista è finalizzato a realizzare l’idea di vita che ha sognato con colei che considera l’amore vero.
Dal preciso momento in cui la bambina di fronte è cresciuta abbastanza, Ettore cambia le sue abitudini da studente universitario a Bari, si allontana dai propri amici, lascia la ragazza che sta frequentando e rende concreto l’amore per Elisa.

Lei, tipica ragazza semplice di periferia, senza un sogno preciso ma con tanta voglia di lavorare, lascia che Ettore “le costruisca la vita”, come lei stessa dirà a un certo punto. E sarà proprio questo il motivo della rottura. Dopo 18 anni di amore vero, o almeno così si è sempre raccontato Ettore, e due figli, Elisa decide di lasciarlo e tornare dalla madre. La bambina dai lunghi capelli cangianti alla luce del sole rompe un equilibrio apparentemente perfetto. Ettore si ritrova per la prima volta a gestire un imprevisto che non aveva minimamente considerato; la possibilità che Elisa abbia bisogno di agire e pensare con la propria testa.

La storia scorre talmente veloce che ci ritroviamo accanto ai personaggi a vivere questo piccolo grande amore insieme a loro e la tenerezza con cui fin da bambino Ettore si innamora di Elisa ci tiene incollati alle pagine in un memoire che è stato definito romanzo di formazione ma che sarebbe più corretto definire “romanzo di distruzione”.
Perché la storia inizialmente dolce e romantica di Ettore e Elisa nasconde insidie patriarcali e maschilismo a iosa. Attenzione, ciò non è da parte dell’autrice che racconta uno spaccato della vita di coppia e i suoi risvolti peggiori in un contesto italiano purtroppo ancora arretrato, in cui l’uomo medio ha ancora questa concezione tutta maschilista di dover provvedere da solo alla famiglia lavorando. Per Ettore è assolutamente normale che Elisa stia a casa ad accudire i figli e preparargli da mangiare e non vede la necessità che lei gli mette davanti più volte di lavorare ed essere indipendente.

La cosa irritante del personaggio non è tanto il concetto in sé quanto il fatto che per lui sia normale pensarla così, senza considerare un’alternativa. Per non parlare della sua venerazione per la donna amata che ha qualcosa di ossessivo. Ettore tiene Elisa in una prigione dorata che soffoca la personalità di lei, crede di amarla davvero ma neppure la ascolta. Nel corso della lettura vi è dunque un crescendo di irritazione che ci induce a disilluderci sul puro amore di Ettore verso Elisa.
Il titolo è emblematico, non stiamo parlando di amore vero ma di “quello che chiamiamo amore”; una maniera dunque di amare e questo imitare manieristico che porta inevitabilmente alla distruzione.

Ogni cosa è vista dal punto di vista di Ettore, e francamente a volte essere nella sua mente risulta fastidioso. La descrizione dei personaggi secondari e il loro comportamento è molto accurata e approfondita; ciascuno di loro contribuisce a rendere reale una realtà di provincia a tratti genuina, a tratti amara, intollerabile.
Ma l’autrice ci regala una via di fuga nel personaggio di Arianna (sorella di Ettore) che si salva da una vita troppo ristretta e soffocante per una donna, una vita che contemplerebbe solo matrimonio e figli con ben poche soddisfazioni personali. Arianna se ne va a Parigi e poi in Spagna difendendo con le unghie e con i denti la propria libertà. È un altro esempio di donna, il contraltare di Elisa che come nella storia della volpe a tre zampe è costretta ad amputarsi la gamba per liberarsi dalla trappola.
Cosa ne rimane dell’amore di Ettore? Come si trasforma? È in grado un uomo come lui di accettare che la sua compagna abbia una personalità?
La risposta la lascio alle pagine scritte in modo eccellente da Loreta Minutilli e mi limito ad aggiungere che un libro come questo rispecchia due facce della stessa medaglia inserendosi bene nel nostro presente in cui per alcune di noi, purtroppo, è ancora necessario alzare la voce per chiedere quello che ci spetta di diritto.

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