L’ultima interpretazione amletiana di Ian Charleson al Rome Film Fest 2026
Talvolta ci facciamo sopraffare dalle nostre difficoltà fino a diventare noi stessi un ostacolo vivente, ma qualcuno si è appellato alla vita fino all’ultimo respiro e ha creduto fortemente nella terapia creativa che il Teatro può concedere: è la storia dell’attore di Momenti di Gloria, Ian Charleson e della sua battaglia contro l’AIDS che non ha arrestato la sua corsa all’interpretazione de Amleto al National Theatre di Londra.

Dopo che Daniel Day-Lewis lascia il palcoscenico a metà replica, Charleson si cimenta con anima e corpo per regalare una magica interpretazione del personaggio shakesperiano intriso di dubbi esistenziali: si ostina nella sua ricerca e nello studio di Amleto nonostante le accortezze e le cure della sua dottoressa personale, qui interpretata con grande empatia e consapevolezza dalla gigantesca Olivia Colman.
Il film Elsinore si inserisce con forza in quel filone cinematografico capace di restituire al Teatro il ruolo di autentico protagonista assoluto, sulla scia di pellicole come Cyrano Mon Amour e Anna Karenina. Tuttavia, è soprattutto la struttura narrativa a richiamare da vicino l’impostazione di Shakespeare in Love: un gioco continuo di specchi e risonanze, costruito sull’alternanza serrata tra le estenuanti prove sul palcoscenico e la complessa intimità della vita privata dell’attore.
Per un interprete britannico, misurarsi con l’Amleto al National Theatre rappresenta da sempre il vertice assoluto, il sigillo definitivo su una carriera. Per Charleson quel palcoscenico è stato però molto più di una consacrazione professionale: è diventato un atto di resistenza vitale. La diagnosi non si trasforma in una resa, ma nell’urgenza di gettarsi a capofitto nella propria passione per vivere ogni istante con intensità, consapevole che quella prova d’attore sarebbe stata il suo congedo dal mondo, avvenuto, infatti, poche settimane dopo le ultime repliche.
L’aspetto più toccante del film è il modo in cui il testo shakespeariano travalica i confini della finzione per invadere la quotidianità di Charleson. Come in un dialogo costante tra arte e vita, i versi dell’Amleto scandiscono le sue giornate, le terapie, l’intimità domestica. Il tema della Morte smette di essere un artificio drammaturgico e coincide tragicamente con la realtà biologica dell’interprete per cui l’uomo e il personaggio finiscono per sovrapporsi completamente. Nel dolore della malattia, il teatro si rivela autentica cura dello spirito, offrendo all’attore l’unico spazio possibile per guardare in faccia la propria fine e trasfigurarla in pura bellezza.
A colpire con straordinaria forza è la raffinatezza con cui l’attore protagonista Andrew Scott modella la propria prova, lavorando sulle più impercettibili sfumature: il calvario fisico e intimo di Charleson si intreccia senza soluzione di continuità con il tormento esistenziale del principe di Danimarca. L’interpretazione dell’Amleto risulta così straordinariamente viva, autentica e sincera proprio perché scaturisce dalla piena consapevolezza della sofferenza: il dolore che attraversa il personaggio sulla scena rispecchia fedelmente quello che Charleson sta vivendo fisicamente. Momenti di puro incanto emotivo sono le sequenze a scena aperta, dove la macchina da presa indugia sui lunghi blocchi dedicati alle prove teatrali dell’opera. Questi ampi respiri narrativi permettono allo spettatore di immergersi nella verità più cruda e vibrante dell’atto recitativo: non assistiamo soltanto al virtuosismo mimetico dell’interprete nel restituire la figura di Charleson, ma veniamo travolti dalla grandezza primigenia del dramma shakespeariano, celebrata nella sua forma più autentica, toccante e universale.
Un plauso altrettanto decisivo va alla regia di Simon Stone, capace di orchestrare un’inquadratura emotiva millimetrica, quasi si trattasse di una camera fissa costantemente puntata sul volto e sull’anima di Ian Charleson. Lo sguardo registico si fa intimo e discreto, accarezzando la cerchia degli affetti più stretti, il decorso della malattia e, soprattutto, la sofferta decisione di celarla. Nel plumbeo contesto del 1989 -all’apice dell’epidemia di AIDS, in un clima sociale ancora oppresso dallo stigma, dal silenzio e dall’impossibilità di vivere apertamente la propria omosessualità- la scelta di Charleson assume una portata etica rivoluzionaria. La regia evidenzia con straordinaria lucidità l’imperativo morale dell’attore: non cercare mai il pietismo né una facile compassione. Charleson non voleva che il pubblico guardasse a lui con commiserazione, ma desiderava che a brillare sul palco fosse esclusivamente l’arte, il coraggio e la potenza del personaggio. Rifiutando l’etichetta di vittima per affermare fino all’ultimo respiro la propria grandezza d’interprete, consegnò la verità sulla sua battaglia solo a sipario definitivamente calato, lasciando che fosse la famiglia, subito dopo la sua scomparsa, a renderla pubblica come ultimo, coraggioso atto di testimonianza.
Sul piano visivo, la fotografia compie un’evoluzione cromatica di rara efficacia narrativa e simbolica: nelle prime sequenze, l’immagine è pervasa da una luce vibrante, calda e ricca di colore, perfetto riflesso della vitalità prorompente di Charleson e dei fasti della sua carriera. Man mano che l’ombra della malattia si allunga sulla narrazione, la tavolozza si prosciuga progressivamente: i toni brillanti cedono il passo a una gamma dominata dai grigi opachi, dai blu plumbei e dalle ombre dense che inghiottono i contrasti. Questo graduale spegnersi della luce visiva non è un semplice vezzo estetico, ma traduce plasticamente il declino fisico dell’interprete, accompagnando lo spettatore verso un’atmosfera sempre più intima, cupa e crepuscolare.

L’impatto emotivo di questa testimonianza si è riversato per intero sulla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, visibilmente commossa e rapita non solo dalla potenza della visione, ma anche dalla toccante presenza in sala del regista. Al termine della proiezione è scattata una spontanea, calorosissima standing ovation accompagnata da oltre cinque minuti ininterrotti di applausi: il tributo più autentico e sincero a un film e a un regista capaci di toccare le corde più profonde dell’animo umano.
_________________
Elsinore – Regia: Simon Stone – Sceneggiatura: Stephen Beresford – Con: Andrew Scott (Ian Charleson), Olivia Colman (Dottoressa Margaret Johnson), Billie Piper (Patsy Pollock), Sadie Soverall (Alice Pollock), Johnny Flynn (Richard Eyre), Luke Thompson (Georgie), David Dawson (Derek Jarman), Monica Dolan (Linda Tolhurst), Juliet Stevenson (Sylvia Syms), Joe Locke (Nicholas), Matthew Beard (Sean Mathias) – Produttori Andrea Occhipinti, Gabrielle Tana, Carolyn Marks Blackwood, Pete Shilaimon, Mickey Liddell, Stefano Massenzi, Andrew Scott – Casa di produzione: StudioCanal, LD Entertainment, Lucky Red, Magnolia Mae Films -Distribuzione in italiano Lucky Red – Fotografia Mike Eley – Montaggio Valerio Bonelli – Musiche Stefan Gregory – Scenografia Helen Scott – Costumi Mel Page – 2026 – Presentato al Rome Film Fest e dal 24 dicembre 2026 al cinema.
Foto – © Ufficio Stampa





