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Quando l’era dei giochi è tramontata

L’illusione familiare vissuta con gli occhi di un ragazzo

Quando tutte quelle poche certezze avevano odore di casa e di famiglia, per un ragazzo sembra esser sempre un rifugio dover poter riposare dalle fatiche della crescita imposte dalla vita stessa.

Ma cosa succede quando ci si accorge che tutte quelle certezze non sono altro che delle illusioni? Come un gioco di prestigio, un trucco da maghi a cui non avevamo fatto mai i conti. Ma chi paga lo scotto è proprio il giovane Vincent, che ha tredici anni e vive in una periferia parigina insieme alla sua famiglia di ceto borghese con un fratello maggiore distante e con due genitori in constante litigio tra loro.

Vincent è in un’età talmente delicata che le sue curiosità e incertezze sono la sua costante giornaliera: domande sull’esistenza, sul futuro, sui suoi primi approcci amorosi, persino sulla religione e quella convinzione agganciata alla sua infanzia inizierà a scricchiolare al suono di ogni suo ragionevole dubbio.

Non c’è compiacimento melodrammatico né retorica moralista: il caos regna sovrano e la risata nasce sempre dal contrasto tra le pose rigide degli adulti e la disarmante concretezza della realtà. In questo microcosmo parigino degli anni Novanta, la casa di Vincent è una polveriera domestica dove tutti recitano una parte per salvarsi dall’ansia. Il padre, schiacciato dall’orgoglio e dalla vergogna della disoccupazione, mette in piedi un castello di bugie inverosimili per giustificare la propria presenza costante sul divano, la madre, segretaria logorata dalla frenesia quotidiana e dal desiderio di emanciparsi professionalmente, cerca di tenere in piedi la baracca mentre scambia schermaglie al vetriolo con il marito, il fratello maggiore, invece, rifiuta ogni compromesso borghese blindandosi dietro giubbotti borchiati, capelli scombinati e musica punk ad alto volume, riversando un cinismo ruvido e beffardo sul fratellino minore.

Al centro di questo circo sgangherato c’è proprio Vincent, tredici anni, stretto tra l’imminenza formale del suo Bar Mitzvah e il terremoto fisiologico dell’adolescenza. Per lui il vero mistero da svelare non risiede nei testi sacri della tradizione religiosa, ma nei corpi e nei sentimenti che iniziano a bussare alla porta. È qui che il film sprigiona la sua anima più irriverente e scanzonata, affidandosi a quell’umorismo generazionale d’epoca analogica in cui la sessualità si insegue attraverso il mito di una videocassetta a luci rosse, oggetto del desiderio che per una catena di equivoci grotteschi sfuma nel nulla senza essere mai vista, lasciando intatta l’immaginazione e la buffa goffaggine del branco di compagni di scuola.

Accanto all’educazione carnale si affaccia però il sentimento autentico, la cotta per una compagna di classe che rischia di infrangersi contro i veleni del mondo adulto. Negli anni Novanta la promessa repubblicana dell’integrazione e della Francofonia arranca vistosamente, scontrandosi con il risentimento identitario di chi vagheggia una Francia “pura” e rifiuta qualsiasi contaminazione etnica o culturale, esattamente come fa il padre della ragazza. La leggerezza della prima cotta si scontra con una frontiera sociale e politica inattesa, e quando la famiglia di Vincent, soffocata dalle proprie paure e da un perbenismo difensivo, gli impone di lasciar perdere, il ragazzo decide di rompere il patto di obbedienza.

La svolta arriva grazie all’alleato più insospettabile: quel fratello punk che fino a ieri lo sbeffeggiava si trasforma nel complice perfetto per una grande fuga notturna. Insieme raggiungono la ragazzina per portarla a un concerto contro il razzismo e a favore dell’integrazione, catapultando Vincent dentro un’onda d’urto sonora, politica e umana che sa di libertà pura. È il vero rito di passaggio, consumato a ventiquattr’ore da quello ufficiale: disobbedendo all’autorità paterna e alle barriere sociali, Vincent non diventa solo più grande, ma compie un gesto di autonomia morale e civile. Quando l’indomani salirà sul pulpito per la cerimonia del Bar Mitzvah, con i genitori ancora intrappolati nelle loro paranoie e l’eco del concerto che ancora rimbomba nella testa, l’atmosfera tra i banchi della Sinagoga non potrà che essere intrisa di una dolce, irresistibile e matura ironia: la famiglia resta imperfetta e rumorosa, ma Vincent ha finalmente trovato il suo sguardo sul mondo.

Un plauso particolare alla coppia composta da Louis Garrel e Camille Cottin nel ruolo dei genitori di Vincent: la chimica tra i due interpreti conferisce autenticità al matrimonio in crisi e non si tratta di una rottura melodrammatica, ma bensì di un logorio fatto di frecciatine, stanchezza e affetto residuo.

Juste une illusion diretto dalla coppia sodale Éric Toledano e Olivier Nakache, registi della commedia brillante Quasi amici, raccontano al Rome Film Fest un punto di vista giovanile sull’impossibilità da parte degli adulti di ricevere risposte concrete o che possano essere garanti di soluzioni possibili di fronte all’esistenza di un ragazzo alle prese con la sua crescita personale.

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Juste une illusion- Regia Olivier Nakache e Éric Toledano – Con Simon Boublil (Vincent Dayan), Louis Garrel (Yves Dayan), Camille Cottin (Sandrine Dayan), Pierre Lottin (Étienne Berger), Alexis Rosenstiehl (Arnaud Dayan), Jeanne Lamartine (Anne-Karine Duchesnay), Lilian Wallet (Thierry), Samuel Maïmoun (Nino Bernini) – Scenografi Olivier Nakache, Éric Toledano, Nathalie Hertzberg – Montaggio Dorian Rigal-Ansous – Direttore della Fotografia Augustin Barbaroux – Produttore Nicolas Duval Adassovsky – 2026 – Rome Film Fest 21 – dal 13 al 25 ottobre Presentato al Rome Film Fest il 19 ottobre 2026

Foto – © Ufficio Stampa

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