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Quando la fede smette di essere conforto

Dave Johnson e Laura Caparrotti raccontano “Battezzati fino al midollo“, tra potere, libertà artistica e il bisogno urgente di dare voce ai margini.

Cosa resta della fede quando smette di essere conforto e diventa strumento di controllo, seduzione e potere? Battezzati fino al midollo, testo del drammaturgo americano Dave Johnson, affronta questa domanda con ironia tagliente e profonda empatia, portando in scena un Sud degli Stati Uniti lontano dagli stereotipi più abusati.

Il testo sarà presentato lunedì 19 gennaio 2026 al TeatroBasilica di Roma, nell’ambito di OnStage! Letture Americane, progetto che dal 2019 porta in Italia la drammaturgia indipendente statunitense, costruendo un dialogo vivo tra artisti, traduttori e compagnie italiane. La lettura scenica è affidata agli artisti di FUCINA 0.

Abbiamo incontrato Dave Johnson prima della messa in voce del testo, insieme a Laura Caparrotti, direttrice artistica di OnStage! Festival e del Kairos Italy Theater di New York, per parlare di scrittura, libertà artistica, produzione teatrale e del bisogno, oggi più che mai urgente, di raccontare mondi che restano ai margini.

Battezzati fino al midollo è ambientato nel Sud degli Stati Uniti, un Sud spesso raccontato per stereotipi. Che tipo di Sud voleva raccontare: quello che già conosciamo o una realtà spesso ignorata?

I personaggi del Sud degli Stati Uniti vengono spesso dipinti come lenti, un po’ sciocchi, ignoranti. I miei personaggi invece sono reali. Sono persone a cui manca una cosa fondamentale: l’opportunità. Ed è per questo che la cercano, inseguono un modo per realizzare i propri sogni. Credo che, in tutto il mondo e al di là delle razze, la vera differenza tra gli esseri umani sia questa: chi ha opportunità e chi non le ha.
Questi personaggi hanno dei sogni e provano a seguirli. Non sono caricature, sono persone vere.

Nel testo la fede non è solo una questione spirituale, ma anche controllo, potere e seduzione. Quando ha capito che questi aspetti potevano diventare materia teatrale?

La fede gioca un ruolo molto importante nel Sud degli Stati Uniti. Ma io non voglio scioccare il pubblico, voglio sorprenderlo. Se lo spettatore non sa cosa succederà dopo, resta coinvolto. E lo stesso vale per me come autore: voglio essere sorpreso mentre scrivo, non voglio sapere già dove andrò a finire.

È vero, quella che mostro è una fede che può soffocare, ma voglio anche raccontare una fede che sia aperta, che dia possibilità. Puoi restare nella tua fede ed essere comunque aperto al mondo, non costretto. In fondo tutto ruota intorno all’amore. Questi tre personaggi si amano molto. È un amore strano, forse, ma è pur sempre amore.

Sentire il suo testo tradotto in un’altra lingua cambia qualcosa? Si perde o si scopre qualcosa di nuovo?

Non credo che nella traduzione si perda qualcosa, credo piuttosto che si trovi qualcosa. Lo scrittore è spesso l’ultimo ad accorgersi di certi aspetti del proprio testo. Ci sono cose che capisci solo anni dopo, vedendolo rappresentato.

Questo testo l’ho visto in scena almeno venti volte negli Stati Uniti. Eppure solo ieri, qui a Roma, durante le prove, ho notato qualcosa di nuovo: nel rapporto tra il ragazzo e il predicatore c’è una rabbia che si mescola alla seduzione. Una tensione che non avevo mai visto prima.
È stata la traduzione, e il lavoro degli attori a rivelarmela.

Il teatro indipendente americano sembra godere di una grande libertà di espressione. È davvero così anche in altri luoghi o manca altrove, in Italia per esempio, questa libertà?

Io non credo che manchi la libertà di espressione. Credo piuttosto che manchi la libertà di produzione. Scrivere è una cosa, portare un testo sul palcoscenico è un’altra.

Ti faccio due esempi. A Dallas questo testo è stato prodotto in un grande teatro da quattrocento posti: tutto esaurito, il pubblico lo amava. Un critico però ne rimase scioccato e scrisse una recensione durissima. Paradossalmente, più la critica era negativa, più la gente veniva a vederlo.

Il secondo esempio è Londra. Un produttore voleva mettere in scena il testo, ma mi chiese di cambiare il finale: qualcuno doveva morire. Questo perché lo stereotipo del sud degli Stati Uniti è uno stereotipo cattivo, si ammazzano, qualcuno muore. Mi rifiutai di cambiare il finale. Non sarebbe stato più il mio testo. Dire di no mi è costato molto: se fossi andato in scena nel West End, oggi la mia vita sarebbe diversa. Però adesso sono a Roma, non a Londra.

La stessa domanda viene rivolta a Laura Caparrotti

È difficile fare un paragone diretto tra teatro indipendente italiano e americano. L’America è immensa: New York non è l’America, Boston è un’altra cosa, e poi c’è tutta una provincia enorme che spesso nemmeno chi vive lì conosce davvero.

Questo testo nasce da una storia vera. Dave, racconta persone che ha conosciuto, mondi che ha vissuto, suo padre era un predicatore. Sono persone che vivono nel nulla e che da quel nulla non sono mai uscite. In Italia anche i paesi più piccoli sono comunque vicini a una città; lì invece esistono luoghi completamente isolati, dove l’unico contatto con l’esterno è una radio locale che racconta un mondo forse immaginato.

Il teatro ha la forza di entrare in questi mondi dall’interno, senza filtri. Può raccontare ciò che non si vede, anche disturbando.

OnStage! nasce come ponte tra Stati Uniti e Italia. Cosa manca, secondo te Laura, al teatro italiano per rafforzare davvero questo dialogo?

Il dialogo tra Italia e Stati Uniti, oggi, è affidato quasi esclusivamente agli individui. Non esiste un sistema che sostenga davvero questo scambio. Un tempo l’Italia investiva sugli artisti che andavano all’estero, oggi non lo fa più; sostiene pochissimo o per nulla i propri artisti fuori dai confini nazionali.

Lo vediamo chiaramente anche con In Scena, il festival di teatro italiano che da tredici anni portiamo a New York, in tutti e cinque i distretti della città e in diverse aree degli Stati Uniti. Nonostante il lavoro costante, la qualità dei progetti e il riconoscimento internazionale, il sostegno istituzionale italiano è stato quasi sempre assente. Ringraziamo realtà come il TeatroBasilica, che hanno scelto di credere concretamente in questo progetto, ma senza un supporto strutturale è tutto più fragile.

Il problema è più profondo: in Italia si parla molto di internazionalizzazione, ma spesso resta solo una parola. Non esiste una vera politica culturale che accompagni gli artisti all’estero, che investa sulle residenze, sulla continuità del lavoro. E questo non dovrebbe riguardare solo gli under 35, ma tutti gli artisti.

Altri paesi, Francia, Germania, Canada per esempio, sostengono i loro artisti sia quando lavorano all’estero sia quando operano nei propri territori. In Italia questo non accade. Ed è, lasciatemelo dire, una situazione indecente. Molti artisti possono partire solo se hanno una compagnia forte alle spalle o se riescono a finanziare tutto con il crowdfunding.

Dave Johnson oggi è qui grazie a un finanziamento della sua università, che ha creduto nel valore di un’esperienza internazionale per lo sviluppo artistico e umano. Questo dovrebbe essere normale, non eccezionale. In America io riesco a produrre teatro italiano, ma con fondi che trovo lì. Con In Scena abbiamo creato un programma per Emerging directors scegliamo testi italiani tradotti, individuiamo un regista, garantiamo un budget minimo ma reale, che permetta di lavorare e pagare tutti. È così che si costruisce un sistema.

Il teatro è un cuore pulsante, uno dei pochi strumenti capaci di raccontare dall’interno la complessità di un paese. Ma senza una visione politica e culturale, senza un investimento reale, tutto questo resta affidato alla resistenza e alla passione di pochi. E non dovrebbe essere così.

Con la speranza che l’appello di Laura Caparrotti, a una politica culturale che sostenga davvero gli artisti e il dialogo internazionale, trovi finalmente ascolto e responsabilità.

Battezzati fino al midollo attraversa la fede, il desiderio e la libertà senza offrire soluzioni facili, lasciando allo spettatore il compito più difficile: interrogarsi.


Un ringraziamento sincero a Dave Johnson e Laura Caparrotti per l’apertura e la generosità del dialogo
.

L’appuntamento è lunedì 19 gennaio 2026 alle ore 19,30 al TeatroBasilica di Roma, per incontrare una drammaturgia che continua a fare domande, anche fuori dalla scena. Le letture saranno precedute da un incontro con l’autore del testo.

Per ci volesse approfondire le successive Letture Americane di On Stage! al Teatro Basilica, le date sono:

Lunedì 16 febbraio 2026 – Consenso – Frank J. Avella – Lettura a cura di Gruppo della Creta

Lunedì 9 marzo 2026 – Actually we’re Fucked – Matt Williams – Lettura a cura di Gruppo della Creta, regia Meghan Finn

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Battezzati fino al midollo di Dave Johnson, traduzione di Claudia Bedetta – a cura di Fucina 0 – organizzazione di compagnia Veronica Toscanelli – si ringrazia il Teatro di Villa Pamphili per la gentile ospitalità


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