di Fabio Salvati

 

 

Nel suggestivo (ancorché ristretto) spazio del  Teatro Stanze Segrete è andato in scena “Processo all’arte”: un intenso copione teatrale di Ronald Harwood (nell’originale Taking sides, letteralmente “prendere posizione”) da cui è stato tratto un famoso film di Szabò di qualche anno fa, conosciuto in Italia con il titolo “A torto o a ragione”, con un monumentale Harvey Keitel.

La pièce, attraverso la vicenda autentica di Wilhelm Furtwängler, direttore dell’Orchestra Filarmonica di Berlino, si incarica di indagare un aspetto controverso e mai risolto del tutto del rapporto tra arte e politica: gli artisti possono essere chiamati a rispondere delle proprie scelte (o mancate scelte) nella dimensione civile che incrocia il tempo della loro espressività artistica ? Il tema ritorna spesso e ne è stato vittima perfino il nostro Pirandello, la cui immensa statura si è dovuta non di rado misurare con il rimprovero di aver accettato onori e prebende dal Fascismo, senza aver mai speso anche una sola delle sue preziose parole nella condanna di quel Regime.

Siamo nella Germania distrutta all’indomani dell’ultimo conflitto, quando i vincitori (sostanzialmente gli americani), nel clima di redde rationem inscenato sugli scranni giudiziari di Norimberga, avevano altresì avviato i processi di denazificazione, ispezionando certe collateralità cristallizzatesi anche nel campo della cultura.

Una scenografia minimalista, e nello spazio ridotto della sala, senza troppo sacrificio per quel po’ di azione che il testo (essenzialmente interessato alla serrata dimensione dialettica) prevede, si alternano: un ufficiale interrogante (bravissimo Marco Metenel ruolo rude e spiccio che un incolto americano riesce a contrapporre alle ricercatezze della cultura europea), la sua assistente (Virna Zorzanricopre la parte con misurata, ma inquieta eleganza), un giovane collaboratore di origini tedesche, arruolato nell’esercito americano (il giovane esordiente Federico Boccanera), il secondo violino dell’orchestra, disponibile alla collaborazione, in nome di una immanente insoddisfazione umana (Tomaso Thellungne incarna efficacemente l’intimo tormento),  la vedova (Licia Amendola)  di un pianista di quella prestigiosa orchestra che aveva ricevuto un aiuto ad espatriare proprio dal suo direttore, nel pieno vigore delle persecuzioni razziali e il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler (lo stesso regista Ennio Coltortine veste i panni, riuscendo a calibrare un’interpretazione controllata e di grande misura, al cospetto di quella straripante del suo inquisitore che lo fronteggia). Le proiezioni a supporto della narrazione sono di Matteo Fasanella, che cura anche le luci e i suoni, la selezione musicale è invece di Sergio Pietro, i costumi di Rita Forzano.

Il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, pur essendosi distinto in più di una occasione esprimendo concreta solidarietà nei confronti di perseguitati dal regime, non aveva disdegnato occasioni di prossimità con i vertici del Nazismo al potere, arrivando finanche a celebrare con un concerto il compleanno del Fuhrer: questo l’obiettivo del truce maggiore Steve Arnold, chiamato al compito -per lui impervio- di misurarsi con la sfuggente personalità di un grande artista, per inchiodarlo a responsabilità sul piano civile che l’inquisito neanche avverte. Ma attraverso il pretesto di quella vicenda, si intuisce fin da subito che la contesa in campo è tra il primato che la ferrea e corriva politica dei vincitori intende imprimere  rispetto alle inquiete volatilità dell’universo culturale, con la sua ricorrente, malferma  coerenza politica, difficile da mettere a verbale. Uno spettacolo da non perdere, anche perché il tema non manca di essere attuale. Fortuna che c’è tempo fino al 9 febbraio.

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