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Povero “Gabbiano”, abbattuto da chi non ha sogni

Nell’allestimento andato in scena al Teatro Argentina, la regia di Filippo Dini sceglie di non addolcire Čechov, ma di attraversarlo mettendo a nudo le sue fratture

La disillusione, i conflitti personali e generazionali, ma anche l’immobilità artistica, e un senso di infelicità perenne alla base di ogni cosa. Questi sono solo alcuni dei temi che Anton Čechov decise di miscelare nel 1895, in una colossale alchimia teatrale intrisa di simbolismo, della durata di ben quattro atti. L’opera riuscì a intimidire persino una delle attrici più quotate del tempo, Vera Komissarževskaja, che si ritrovò schiacciata dalle aspettative del pubblico e rimase clamorosamente senza voce. La versione de Il Gabbiano andata in scena al Teatro Argentina, per la regia di Filippo Dini, scorre invece senza intoppi dall’inizio alla fine, allontanandosi dagli orpelli formali (a cominciare dai costumi, contemporanei ma sobri) e riducendosi nella durata ai più consueti e digeribili due atti.

Non c’è compiacimento nostalgico, né una malinconia “da salotto”: ciò che emerge è un mondo spoglio, in cui i personaggi sembrano vivere sotto una lente d’ingrandimento che ne amplifica fragilità, egoismi e desideri irrealizzati. La regia insiste con forza sul conflitto generazionale, uno dei nervi più scoperti dell’opera. Kostja (Giovanni Drago), figlio “inadeguato” di Irina Arkadina, non è soltanto un giovane artista incompreso: è un corpo estraneo in un sistema che non ha più spazio per l’utopia. La sua ricerca di un linguaggio nuovo viene trattata come un atto necessario ma destinato alla sconfitta, perché si scontra con un mondo che ha già deciso cosa è “arte” e cosa non lo è. In questo senso, la figura di Irina (Giuliana De Sio) diventa centrale: non solo madre distante, ma simbolo di un’arte che ha smesso di rischiare e che difende sè stessa con una ferocia quasi inconsapevole.

Dini accentua il tema dell’arte come campo di battaglia, luogo di rivalità, frustrazione e narcisismo. Il teatro nel teatro — la famosa pièce di Kostja — non è presentato come un momento lirico o visionario, ma come un esperimento fragile, esposto allo sguardo giudicante degli altri. Qui la regia sembra suggerire che il fallimento non sia tanto nell’opera di Kostja, quanto nello sguardo di chi non è più disposto ad ascoltare ciò che non riconosce. Il tema dell’amore non corrisposto viene trattato senza sentimentalismi, almeno nelle intenzioni. I personaggi non sembrano incapaci di amare: sembrano piuttosto incapaci di vedere l’altro. Nina ama Trigorin perché rappresenta un’idea di successo e di altrove; Trigorin (interpretato dallo stesso regista Filippo Dini) la desidera come si desidera qualcosa che promette una fuga momentanea dal vuoto; Kostja ama Nina come si ama un’ultima possibilità di senso.

Tuttavia, c’è una lieve ma costante ambiguità, tanto sottile che è difficile stabilire se sia voluta o meno, ed ha a che fare con l’interpretazione degli attori nel suo complesso. Specie nei momenti in cui la tensione si allenta, il lavoro attorale lascia trasparire un’approccio vagamente familiare, che nel suo lampeggiare sprazzi fiochi di commedia non guarda più ad est ma a sud. Gli interpreti appaiono spesso troppo italiani, nel ritmo emotivo, nella gestualità e nell’espressività psicologica. Manca quella rigidità caratteriale, quella durezza trattenuta e quasi opaca che appartiene profondamente all’universo russo di Čechov. I personaggi, invece di sembrare imprigionati in una struttura sociale e interiore soffocante, finiscono talvolta per muoversi secondo una sensibilità più mediterranea, più esplicita, che attenua il senso di immobilità e di destino necessario che attraversa il testo originale.

Lo spazio scenico e il ritmo contribuiscono in modo più efficace a questa lettura: i tempi dilatati, le pause, i silenzi carichi di tensione non sono meri omaggi al realismo cechoviano, ma diventano vuoti esistenziali, momenti in cui i personaggi sembrano sospesi, incapaci di agire davvero. La noia, tanto temuta e spesso fraintesa in Čechov, qui diventa una forma di dolore sottile, una stanchezza dell’anima. È soprattutto in questi vuoti che lo spettacolo riesce a cogliere quel carattere profondamente russo intrinseco nell’opera che, sul piano attorale, troppo spesso viene smorzato. Nel finale, la tragedia di Kostja non viene enfatizzata come colpo di scena, ma assorbita in una continuità emotiva che la rende ancora più disturbante. È come se la regia ci dicesse che quel gesto estremo non rompe l’equilibrio del mondo, perché il mondo stesso è già profondamente incrinato. La vita continua, quasi indifferente, e questa indifferenza è forse il giudizio più duro.

Rappresentata all’Argentina dal 7 al 18 gennaio 2026, questa coraggiosa interpretazione de Il Gabbiano non cerca di consolare lo spettatore, ma lo invita a riconoscersi nelle contraddizioni dei personaggi: nel desiderio di essere visti, nella paura di fallire, nella difficoltà di trovare un senso che non sia illusorio. La regia di Filippo Dini restituisce un Čechov vivo, inquieto, dolorosamente contemporaneo; resta però la sensazione che, senza una maggiore aderenza a quella rigidità emotiva e culturale tipica del mondo russo, lo spettacolo perda parte della sua necessaria durezza, attenuando la radicalità dell’opera originale. Un plauso invece alla riuscita dello “svecchiamento” sia della scena che del testo, audace ma mai fuori luogo; quel tanto che basta per suggerire che sì, si possono trovare nuove forme senza snaturare un capolavoro. E che anche la musica contemporanea, dagli U2 ad Adele, se cantata bene dal vivo e inserita nei punti giusti, può stringere la mano ad un mostro sacro della drammaturgia, pure dopo centovent’anni.

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Il gabbiano di Anton Čechov – Regia Filippo Dini – con (in o.a.) Virginia Campolucci, Enrica Cortese, Giuliana De Sio, Gennaro Di Biase, Filippo Dini, Giovanni Drago, Angelica Leo, Valerio Mazzucato, Fulvio Pepe, Edoardo Sorgente – Regia della scena “lo spettacolo di Kostja” Leonardo Manzan – Dramaturg e Aiuto regia: Carlo Orlando – Traduzione: Danilo Macrì – Scene: Laura Benzi – Costumi: Alessio Rosati – Luci: Pasquale Mari – Musiche: Massimo Cordovani – Assistente costumi: Rosa Mariotti – Assistenti-tirocinanti scene: Martina Concetta Calore, Eleonora Rametta – Direttore di scena: Federico Paolo Rossi Macchinista: Matteo Cicogna – Elettricisti: Gianluca Quaglio, Francesco Peruzzi – Fonico: Andrea Lambertucci – Sarto: Gabriele Coletti – Amministratrice di compagnia: Federica Furlanis – Foto e video: Serena Pea – Produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale Roma – Teatro Argentina di Roma dal 7 al 18/01/2026

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