Popolizio e l’egemonia dello sguardo

Ancora due repliche (straordinarie) fino al 5 aprile di “Uno sguardo dal ponte“, previsto, inizialmente, al Teatro Argentina fino al 2 aprile. Un grande successo in termini di pubblico e di interesse – forse persino di affetto – per Massimo Popolizio, dominus assoluto di questa messa in scena che – al netto di tutto – lascia della perplessità in chi, più o meno polemicamente, si sarebbe aspettato dal grande interprete una rilettura davvero radicale del testo di Arthur Miller.

Popolizio diventa così centro non soltanto dell’azione sulla scena ma, ancor più drammaticamente, bersaglio della polemica che gira sempre intorno a chi rappresenta un punto di riferimento nel mondo – pur sempre settoriale fino al rischio di farsi setta – del teatro in Italia. Si ripropone per “Uno sguardo dal ponte” quella storica divisione incancrenita ed esasperata tra massa ed élite, che si dipana a partire dalla crisi culturale della nostra epoca – e che non colpisce soltanto l’Italia – e di cui la critica, più che dare una risposta definitiva, è chiamata a indagare e registrare cause presenti ed effetti futuri, per quanto possibile.

Il personalismo che sfiora il culto – mai parossistico in questo caso! – è sì messo in scena in questo sguardo popoliziano dal ponte, ma ciò non impedisce il coinvolgimento del pubblico, che rimane irretito dalla parola agita di un cast che non si esaurisce affatto nel suo protagonista, ma che anzi lascia spazio al talento e all’esplorazione della parola agita nel solco del sentimento, soprattutto negli interpreti più giovani, come la seducente ed energica Gaja Masciale e il baldanzoso e affascinante Lorenzo Grilli.

Sulla scena sta infatti un gruppo straordinariamente coeso che dovrebbe fare da esempio per la sua stupefacente capacità di cooperazione e commozione che, prima ancora di arrivare alla comunità circostante, deve darsi nell’iniziale sentimento comunitario proprio del lavoro di compagnia. La riflessione verso cui ci dobbiamo orientare – evitando le facili polemiche contro il ‘potere’ di chi, almeno fino a qualche tempo fa, era riconosciuto unilateralmente come ‘genio’ – è se un nuovo approccio registico e di leadership sia davvero adeguato e possibile in questa nostra epoca così reazionaria nei contenuti e, direi, spesso anche nei modi.

Popolizio sembra quasi precipitare in Miller, invischiato in quel modo tutto milleriano di guardare al sociale attraverso l’individualismo contemporaneo, tipico della società capitalistica: una parabola in cui l’interdetto del desiderio si erge a elemento costitutivo del dramma umano. Un allestimento che, anche a causa della sua costitutiva e drammaturgica resa, non apre lo sguardo ma lo chiude, restringendo però lo spazio scenico a una bidimensionalità persino eccessiva, creando coni d’ombra non sempre funzionali all’azione e alla prossemica relazionale. Lì dove solo l’accenno di un ponte poi illuminato affiora dall’alto e delle antenne non meglio identificate stanno a guardia del palco come gendarmi metallici, il salto compiuto dallo sguardo del regista al di là del ponte non sarà più metafisico. E forse va anche bene così.

Uno sguardo dal ponte – Teatro Argentina dal 14 marzo al 5 aprile

di Arthur Miller

traduzione Masolino D’Amico

regia Massimo Popolizio

con Massimo Popolizio

Valentina Sperlì, Michele Nani, Raffaele Esposito, Lorenzo Grilli, Gaja Masciale, Felice Montervino, Marco Mavaracchio, Gabriele Brunelli

scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Gianni Pollini
suono Alessandro Saviozzi

Una produzione Compagnia Umberto Orsini,  Teatro di Roma – Teatro Nazionale ed Emilia Romagna Teatro ERT – Teatro Nazionale

Teatro Roma
Elena Salvati

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