“Oltre la luce”: intervista a Daniela Poggi

Attrice teatrale e cinematografica, conduttrice di programmi televisivi di grande successo, Daniela Poggi è da sempre impegnata nel sociale per la lotta alla parità delle donne e la tutela e la vita degli animali. Ambasciatrice dell’Unicef per  aiutare i bambini in Africa, è stata anche assessore alle politiche culturali del comune di Fiumicino. Ha girato tanti film con registi importanti come Chabrol, Paolella, Veronesi e Sindoni.  Proprio poche sera fa, la Rai ha mandato in onda “La cena” di Ettore Scola, un bellissimo film che la vede protagonista insieme ad attori come Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Giancarlo Giannini. Il 26 marzo la vedremo in streaming dal Teatro Argot con “Faccia da poker”.

Pochi giorni fa si è concluso Sanremo, un’edizione caratterizzata dall’assenza del pubblico in sala. Tu nel 1977 debuttasti proprio al Festival come “bazarette” insieme ad altre ballerine all’interno di una coreografia di “Ma perché” dei Matia Bazar. Tra l’altro, come saprai, Laura Pausini,  ospite di punta di questa edizione, ha ricevuto la nomination all’Oscar come miglior canzone per il film interpreto da Sofia Loren e diretto dal figlio Edoardo Ponti . Che cosa ti è rimasto e cosa pensi del Festival?

Certo, questa edizione è stata molto penalizzata, devo dire che per me Sanremo rimane quello di Claudio Villa, Nilla Pizzi, Massimo Ranieri, allora aveva un senso, oggi non riesco a vederlo. La musica è cambiata, le canzoni sono cambiate, i testi spesso e volentieri non hanno alcun senso. Una volta terminato il Festival le canzoni restavano nella memoria, le fischiettavi, e ancora oggi a distanza di tempo ancora ce le ricordiamo quelle canzoni. Oggi si fa fatica a ricordarne una. Certo, ogni epoca ha il suo stile, ha il suo marchio e sicuramente questo va bene per i giovani di oggi. Probabilmente noi abbiamo vissuto un altro tipo di melodia,  musicalità e arrangiamenti. Se pensiamo ad esempio agli stessi gruppi rock come i Beatles, i Rolling Stones, i Pink Floyd, la loro musica resta,  ma di quello che è stato prodotto oggi o negli ultimi anni che cosa resterà domani? Questo è un punto interrogativo e lo chiederemo ai giovani.

Infatti pochi giorni fa abbiamo pubblicato un articolo sui 100 anni dalla nascita del grande Renato Carosone e il risultato è stato incredibile perché mi hanno scritto tantissimi giovani; ecco, come dicevi, tu quando la musica è a quel livello resta nel tempo.

Il tuo debutto sul palcoscenico è avvenuto niente di meno con un mostro sacro come Walter Chiari e poi in televisione con Bruno Lauzi, un debutto  notevole con due personaggi straordinari, Walter Chiari soprattutto era irraggiungibile all’epoca.

Ho debuttato prima con Lauzi in televisione, con lui ho fatto un programma che si chiamava “Edizione straordinaria”, che ora è tornato in auge nei social radiofonici vintage, c’è proprio una vintage Tv che ricorda quei momenti storici della televisione italiana e mi ha fatto molto piacere rivedermi insieme a Bruno Lauzi in una puntata, tra l’altro con Gino Paoli. Al cinema e a teatro invece ho debuttato con Walter Chiari, prima in “Tre sotto le lenzuola” scritto e diretto da Paolella, poi a teatro con “Hai mai provato nell’acqua calda”? sempre nel 1978.

Ecco, Walter Chiari si aggancia magnificamente al ricordo di quei grandi personaggi del cinema Italiano come Mastroianni, Gassman, Tognazzi e Manfredi, del quale stiamo ricordando in questi giorni il centenario della nascita. Quello è stato un bel momento per il cinema e per il teatro italiano.

Li ho conosciuti tutti, ma l’unico con il quale ho lavorato è stato Vittorio Gassman proprio ne “La cena” di Scola che tu hai citato all’inizio dell’intervista. Anche se non avevamo la scena insieme, ho avuto il piacere di lavorare con lui, ci trovavamo al trucco, si scherzava, peccato che all’epoca, nel 1997, non c’erano i selfie, altrimenti l’avrei pubblicato mille e mille volte, mentre con Tognazzi giocavamo a tennis perché lui a Torvajanica organizzava il torneo dello “Scolapasta d’oro” che io vinsi in coppia con Michele Placido; veramente un’epoca meravigliosa, peccato non averla vissuta come interprete artistica cinematografica ma più come giovane attrice.

Quello era un grande cinema, per merito soprattutto di grandi produttori come Carlo Ponti, Dino De Laurentiis, Franco Cristaldi, Angelo Rizzoli che non ci sono più. E questo mi da lo spunto per farti una domanda a proposito del movimento #metoo, che ha coinvolto Harvey Weinstein, uno dei più importanti produttori del cinema internazionale, e che ha suscitato tutta una serie di polemiche sulla violenza sulle donne. Leggendo anche la tua biografia  ho scoperto che una volta hai sputato in faccia a un noto produttore che ti avevo proposto qualcosa di “diverso” per fare un film.

Premesso che non farò mai il nome, questo “signore” si era spinto decisamente oltre, ma confesso che tutto questo non mi scandalizza più di tanto perché nell’immaginario collettivo una giovane attrice è vista come una ragazza semplice e molto disponibile, aggiungendo anche che esiste una “vox populi” di verità, alimentata probabilmente dal fatto che una disponibilità da parte di alcune ragazze c’è stata  e continua ad esserci, ma  questo esiste da quando è nato il cinema, non scopriamo nulla di nuovo.

Il vero problema è quando tutto questo diventa una “conditio sine qua non”. Cioè io ti obbligo a venire con me oppure, dato che tu sei nel mio film come regista o produttore, se vuoi che ti faccia diventare la protagonista devi sottostare anche a questo “compromesso”. Certo è un tema molto delicato, sul quale ci possiamo soffermare mille volte.

Partiamo dal presupposto che certe cose non dovrebbero mai accadere e  un uomo non dovrebbe mai permettersi di arrivare a tanto, però è anche vero che spesso e volentieri la donna, e lo dico come donna, utilizza le armi della bellezza, dell’avvenenza e della seduzione per arrivare ad ottenere determinate cose. Se tu sei una giovane ragazza e sei disposta a tutto pur di arrivare, perché la tua ambizione ti fa camminare sul cadavere degli altri ma anche calpestare la tua stessa dignità per ottenere un determinato ruolo, perché tu vuoi diventare famosa, perché diventare famosa vuol dire raggiungere l’obiettivo a qualunque prezzo, allora accetti quel compromesso. Se c’è la consapevolezza di sapere quel che si sta facendo, la domanda che tutte le ragazze dovrebbero porsi è: Il corpo lo usi perché è un mezzo per raggiungere un fine? Perché è evidente che essere brave artisticamente e intellettualmente in certe situazioni rischiadi essere la qualità meno importante  A me sono capitate cose assurde, come inviti a feste più o meno lecite, poi sta a te scegliere.

Ho letto che quando eri giovane a Londra sei finita in prigione. Come è andata veramente? 

Andavo in un teatro a vedere Rocky Horror Show, che avrò visto almeno trenta volte, e mi ero innamorata perdutamente del giovane interprete nel ruolo di Brad, con il quale nacque poi una storia. Così tutte le sere andavo con la mia mini a prenderlo alla fine dello spettacolo. Una sera con degli amici alzammo un po’ troppo il gomito e in Inghilterra, come si sa, le leggi sono molto rigide sull’uso dell’alcool: ci fermarono a Fulham Road e ci fecero il test. Insomma passammo la notte in cella anche se per poche ore. È stata sicuramente un’esperienza particolare. 

La tua carriera vanta una lunga esperienza di interprete di teatro, cinema e televisione, ma bisogna aggiungere che ti sei cimentata anche come regista di due cortometraggi: “Viaggio d’amore” e “Non si paga social theatre”.

Viaggio d’amore”, che ho girato nel 1995, è dedicato a mio padre e ha partecipato fuori concorso anche al Festival di Venezia, mentre “Non si paga social theatre”, girato in Mozambico, è dedicato all’opera omonima di Dario Fo “Non si paga, non si paga”. Un progetto su quanto il teatro e la cultura siano forme di recupero e soprattutto possibilità di un futuro per chi un futuro non ce l’ha, perché vive nell’indigenza, nella povertà. Per quel mondo di giovani africani che non hanno accesso alle scuole, all’educazione e alla formazione, ed è stata una bellissima esperienza perché l’ho girato con giovanissimi attori mozambicani. E la cosa più incredibile è che durante i provini scelsi i due interpreti che furono gli stessi selezionati anche dal regista svedese Henning Mankell, venuto a mancare nel 2015, che scrisse il libro “Memories books”, nel quale raccontava tutta la sua esperienza all’Avenida Theatre a Maputo in Mozambico. Da questo libro ho tratto la sceneggiatura di “The mango tree”, che ho ancora nel cassetto e che aspetta un produttore che possa finanziarla. È stato un mettere insieme di circostanze che non sono mai casuali, ma che dovevano essere raccontate.  

Un’esperienza che non devi abbandonare e immagino che avrai altri progetti registici.

Guarda vedo che è già talmente difficile per i giovani, in realtà mi farebbe molto piacere riprendere questo progetto, il  Ministero l’aveva finanziato per sviluppare la sceneggiatura ma poi le due società di produzione che avevano in mano il progetto non si sono più messe d’accordo e con la sceneggiatrice poi avevamo iniziato a lavorare su altri progetti e la cosa poi si è fermata. Quella di cui ti parlavo è una bellissima sceneggiatura che racconta una storia meravigliosa che tratta dei diari che chi lì in Africa ha perso ogni possibilità di vita a causa dell’Aids lascia e scrive ai propri figli, proprio perché questi figli non restino senza radici, senza un passato, senza una memoria. E solo scrivendo questi diari c’è la speranza che questi giovani ritrovino una loro identità. Henning Mankell ha scritto il suo “Memories book” in maniera straordinaria, e da questo abbiamo tratto, come detto, una sceneggiatura. 

Il 26 di questo mese sarai in scena in streaming dal Teatro Argot di Roma con “Faccia da poker”,

“Faccia da poker” è una pièce teatrale scritta da un giovane autore ceco Petr Kolečko e racconta il passaggio tra una generazione piena di speranze, che voleva cambiare il mondo ed ha vissuto la rivoluzione di velluto nella Cecoslovacchia di Vaclav Havel, e una generazione attuale che trova nel poker la sopravvivenza, un modo andare avanti, per non fare la fame. Uno scontro generazionale tra un padre una madre da una parte e la loro figlia con il suo fidanzato dall’altra. Un dramma forte, intenso, crudele, dal quale emerge il cinismo dei personaggi, ma dietro questo cinismo c’è anche un’enorme sofferenza, la tragedia di un popolo che ha patito la fame e che si è ritrovata con un pugno di mosche in mano perché non sapeva più come andare avanti e sopravvivere. Sarò in scena insieme a Marco Belocchi che ha curato la lettura drammatizzata, Manuel Ricco e Floriana Corlito.

Uno spettacolo che Quarta Parete seguirà con grande attenzione ma che mi da lo spunto per parlare di un tema molto doloroso come i teatri e cinema chiusi. Certo lo streaming è solo una parziale soluzione ad un problema enorme, credo che i teatri debbano riaprire naturalmente con tutti gli accorgimenti necessari. Se si fanno i Festival come a Venezia lo scorso anno e lo ha dimostrato senza avere problemi, mentre Cannes si farà a luglio.

Il covid sta cambiando le regole dello spettacolo dal vivo e soprattutto sta cambiando la vita della gente che fa teatro. Qual è il tuo pensiero in proposito?

Un pensiero molto triste, perché la pandemia sta cambiando il “modus vivendi” di tutta la popolazione mondiale, credo che ci sia, forse, un volere dall’alto perché qualcuno ha interesse che la società si muova in un altro modo: vedi il 5g, lo smart working, le piattaforme digitali. Il teatro si sta adeguando ma è una cenerentola della cultura a differenza di altri paesi, come per esempio la Spagna, me ne parlava un mio amico che è andato a vedere uno spettacolo di flamenco lì dove i teatri sono aperti, il pubblico è contingentato e vengono rispettati tutti i protocolli di sicurezza. Tutto coò che è cultura è stato mantenuto per sfamare e dissetare tutto quel popolo che ha bisogno di cultura, per ritrovarsi, per andare avanti e per rigenerarsi. Da noi invece la cultura è l’ultima ruota del carro e la prima cosa che si fa è chiudere senza considerare un’alternativa. Certo, piuttosto che vederlo morire del tutto va bene anche lo streaming, e in questo caso il Teatro Argot, e Pino Tierno hanno voluto dar vita dal 22 al 27 di questo mese a questa rassegna “In altre parole”, altrimenti sarebbe stato silente per tutto l’anno venturo, ma certamente non è la stessa cosa.

Certamente non è la stessa anche se il Presidente del Consiglio Draghi, nella sua prima conferenza stampa pubblica, ha detto ottimisticamente che non solo torneranno le grandi industrie e la vita commerciale del nostro Paese, ma anche il cinema e il teatro ritroveranno quel pubblico che hanno sempre avuto, una nuova forma di vitalità tornerà a confortare questo periodo buio che vede ghettizzato tutto. In definitiva il futuro è tutto da scrivere, perché non si può fare a meno della magia di una sala di un teatro e di un cinema.

La magia la desideri, la cerchi, la vuoi, hai vissuto la tua giornata, hai lavorato, poi ad un certo punto c’è un tempo per te, c’è un tempo per lasciare alle spalle il tuo quotidiano e quindi vai per perderti, per staccare la spina, per rigenerarti, per ritrovarti, per mettere in funzione altre modalità interiori, altre energie. Quindi la scelta di andare in uno spazio teatrale, quel silenzio, quel buio, quell’ascoltare, quel rapporto diretto tra pubblico e attori, vivere con gli altri, mentre a casa cosa puoi fare? Ti vedi uno spettacolo on line sul tuo computer o sullo schermo televisivo mentre mangi, mentre bevi, mentre squilla il telefono, mentre il bambino ti dice “mamma o papà”, mentre il marito ti dice vado a dormire. Non può essere la stessa cosa, non può assolutamente sostituire, può essere complementare, può essere un di più. Ma i teatri e le sale cinematografiche devono riaprire, sono spazi di cultura che devono tornare al pubblico, poi puoi mandare on line tutto quello che vuoi, ma quello spazio deve essere mantenuto e questo lo deve volere il popolo, non solo noi che siamo operatori del settore culturale e dello spettacolo. Lo dovrebbe volere la società civile, cioè noi vogliamo tornare a teatro, noi abbiamo bisogno di andare al cinema e vedere quel film in quello spazio perché dobbiamo ritrovare noi stessi.

Queste tue parole sono importantissime e sono condivisibili non solo da me ma da tutto un settore in sofferenza composto da artisti, tecnici e maestranze del cinema e del teatro. La loro vita sta cambiando, anche perché non si può fare a meno di questo sentimento che hai sottolineato magnificamente.  Concludiamo questa intervista con un ricordo, tu in televisione hai condotto dal 2000 al 2004 una trasmissione importante come “Chi l’ha visto” uno dei programmi più seguiti del palinsesto Rai da oltre trent’anni, dando un contributo importante alla sua popolarità, dopo le conduzioni di Donatella RaffaiPaolo Guzzanti ma anche di altri. Che ricordo hai di quel periodo e che magia ha un programma del genere?

Nel momento in cui tu chiedi aiuto alla televisione di Stato, la Rai si mette al tuo servizio aiutandoti a trovare la soluzione al tuo problema, questa è la magia, in un certo senso. Sprona la gente a tenere gli occhi aperti, a guardarsi intorno e vedere se quella persona è sparita, se è venuta a mancare da qualche parte, se c’è una denuncia da parte della famiglia. Contemporaneamente risolleva delle questioni perché magari non sembrano così importanti, la Magistratura ha archiviato il caso o le Istituzioni non lo seguono più. 

Una televisione di servizio che sostiene la famiglia affinché non si senta sola e che offre la possibilità ad un caso che avrebbe potuto restare irrisolto di essere riportato sotto i riflettori, riuscendo a volte a trovare la soluzione giusta. Per me è stato questo, non solo denunciare le scomparse, ma sollecitare il pubblico a tenere gli occhi aperti, a vivere in empatia e in contatto con tutto ciò che ci circonda e contemporaneamente aiutare quelle persone meno conosciute, ma comunque parte della società, e poter dire loro: “Noi ci siamo, siamo con voi faremo di tutto per riaprire il caso, state tranquilli non siete da soli”.

Per chiudere questa nostra chiacchierata ti chiedo un tuo pensiero ottimistico sul mondo che stiamo vivendo, pieno di angoscia per questo Covid, e sul futuro che è alle porte. La vedi tu questa luce?

Io la vedo sempre perché ho fiducia in nostro Signore, sai che sono una persona di fede, me la coltivo, me la cerco, me la conquisto giorno dopo giorno, sono sempre li, non solo a pregare ma a fare in modo che dentro di me ci sia la luce. Dopo la notte c’è sempre la luce, l’alba rinasce sempre e nessuno potrà mai cancellare l’alba, come nessuno potrà cancellare la notte. Non si può spegnere il sole, come non si può spegnere la luna. Se tu entri in questo pensiero continuo, sai che comunque, passato quel buio, ci sarà sempre la luce. Sappiamo che la vita è fatta di  gioie e dolori, stiamo vivendo questa esperienza, la possiamo vivere al meglio sfruttando al meglio tutto quello che proviamo, che sentiamo, che viviamo nel nostro io, nella nostra interiorità, soffermandoci con i nostri pensieri e cercando di migliorare noi stessi. Ogni momento storico “buio” ha dato poi frutti meravigliosi; vedi Etty Hillesum, vedi Simone Veil, vedi lo stesso Carlo Levi che hanno vissuto periodi storici molto più bui, molto più tragici di quello che stiamo vivendo. Dobbiamo avere una grande responsabilità, di noi stessi in primis ma anche degli altri.  E poi c’è la lettura. C’è stato dato un tempo maggiore per poterci fermare, assaporare il nostro il tempo, godercelo e leggere tantissimo. Vorrei lasciarti con un consiglio personale: il 15 aprile uscirà il mio primo romanzo dal titolo “Ricordami!” edito da “La casa felice”, lo consiglio a tutti. Sarà nelle librerie, sarà on line e ci sarà la possibilità di entrare nei meandri di Daniela Poggi, che non è soltanto un personaggio pubblico, ma è soprattutto una donna che è stata anche molto bambina e, chissà, forse è rimasta molto bambina, soprattutto molto figlia.