di Paola Tiriticco

 

La Nave di Teseo pubblica l’autobiografia di Oliver Stone “Cercando la luce” e già nel titolo c’è tutto il cuore del libro di questo controverso regista, ruvido, diretto, autore di film e sceneggiature che hanno segnato uno stile e un’epoca.

La luce è per chiunque faccia cinema qualcosa di fondamentale, spesso si passano ore e giorni in attesa di cogliere quella giusta, per godere del raggio tanto cercato o di un’ombra particolare.

Ma è nella parola “cercare” la vera essenza di questa autobiografia: cercare una soluzione ai tanti malesseri, alla dipendenza, ai fantasmi che albergano nel protagonista, alla volontà strenua e quasi primitiva di volercela fare.

Chi si aspetta una tradizionale biografia del grande e contestato cineasta, autore di tanti capolavori e vincitore di tre Oscar (migliore sceneggiatura non originale per “Fuga di mezzanotte” e migliore regia per “Platoon” e “Nato il quattro luglio”) potrebbe rimanere deluso.

Trattandosi di Oliver Stone, non c’è nulla di tradizionale, né nello stile né nella sostanza.

In questo voluminoso libro si trovano, all’incirca, i primi 40 anni dell’uomo Oliver, i suoi tormenti, i dolori, gli sbagli e la voglia rabbiosa di arrivare, di esprimere quello che ha dentro e di affermare le sue idee.

Intorno c’è l’America degli anni che vanno tra la fine dei ‘60 e gli ’80, anni di difficili lotte e cambiamenti. Ci sono New York, Hollywood e Los Angeles, il Vietnam, il Messico, la droga, gli artifici per trovare finanziamenti, mezzi e uomini, tutto pur di girare ancora un’altra scena, tutto per quel ciak che ci avvicina al completamento del film.

Oliver Stone ci travolge con questo racconto che sembra un fiume in piena, non ci risparmia nulla di questo mondo e neanche delle sue scelte, alcune delle quali lo portano vicino al baratro, riuscendo però sempre a salvarsi proprio grazie alla caparbia ricerca di quella luce.

Nato il 15 settembre 1946, il regista è figlio di un agente di borsa americano, ebreo, e di una affascinante francese.  I due si erano conosciuti durante la Seconda guerra mondiale e subito dopo il matrimonio si erano trasferiti a New York. Il matrimonio naufraga nel 1962 procurando ad Oliver un dolore profondo e cambiando per sempre la sua vita. Stone lascia infatti l’Università di Yale cominciando a girare il mondo in preda ad una irrequietezza che non gli permette di fermarsi, fino ad arruolarsi come soldato nella Guerra del Vietnam, dove sarà ferito per ben due volte.

Il libro ha un linguaggio semplice e diretto, duro come i sentimenti che descrive, non indugia in riflessioni contorte, descrive i fatti scevri da ogni connotazione morale e da qualsiasi giudizio.

Ecco allora passare nelle lunghe pagine, l’orrore della giungla, delle battaglie, delle stragi di civili, il difficile ritorno a New York, in un’America che non vuole sapere nulla dei reduci e dei loro traumi, trattandoli come reietti ed emarginati.

La droga come rifugio contro gli incubi ma anche i fiumi di cocaina che scorrono sui set cinematografici, nelle ville dei produttori di Hollywood, tra gli attori e gli aspiranti tali, in un mondo che spesso splende ma tante altre volte è solo un sottobosco di sbandati, di persone che vivono di espedienti, di debiti, di scommesse.

Il valore dei soldi è nullo, intere fortune arrivano e vengono dissipate senza uno scopo. Parole come fiducia, onestà, amicizia non hanno alcun senso in questo mondo e Oliver Stone ci descrive tutto questo con grande freddezza, in una sorta di documentario.

Freddi sono anche i giudizi verso i suoi genitori, inquadrati in pregi e difetti, qualità e mancanze.

Si rimane travolti da questa onda di parole, avvenimenti, capovolgimenti, giudizi negativi, serate di sballo, film realizzati in condizioni precarie con scene terminate giusto un attimo prima dell’arrivo dei creditori.

Su tutto la voglia di dire, meglio di urlare, quello che si sente dentro, che sia l’esperienza traumatizzante e violenta della guerra come in “Salvador” e “Platoon” o quella della droga di “Scarface”.

Stone rimane sempre e comunque un personaggio scomodo e ruvido, sia nelle sue sceneggiature che nella direzione dei suoi film. Gli attori sono descritti come piccoli nelle loro manie, paure e insicurezze, i produttori sono spesso più dei banditi che degli imprenditori, le feste un diluvio di droga consumata ovunque, le donne cornici di un mondo superficiale e violento, che consuma in un attimo sentimenti, arte e denaro.

Restano le storie di un autore che ha l’urgenza di raccontarle, cercando caparbiamente un pubblico disposto ad ascoltarle più che il successo, non fermandosi davanti alle difficoltà, vivendo giorno per giorno, forse nell’unico modo che ha per far fronte ai fantasmi, e cercando appunto sempre la luce giusta per far uscire tutte quelle immagini dalla sua mente e regalarcele.

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