di Sofia Chiappini

Una storia viscerale e grottesca, in cui ispirazione gotica e critica al moralismo s’intrecciano, in una commistione di stili perfettamente riuscita.

Occhio al cuore” di Emiliano Metalli, con Bruno Petrosino e Mauro Toscanelli, nei panni di regista e interprete dello spettacolo, è un invito mai aggressivo o reazionario alla confutazione di certe convinzioni proprie del senso comune. Una critica avvalorata dalla triste constatazione di come quest’ultimo raramente coincida con il buon senso, in cui moralità e moralismo vengono spesso confusi fra loro.

Il testo di Metalli è scandito in tre quadri o capitoli distinti, che permettono di cogliere le sfumature caratteriali dei personaggi e di familiarizzare con lo stile dell’autore, per approfondire le tematiche centrali del testo. Il coraggio è un valore in via di estinzione, che prende piede nella nostra cultura, in modo particolare nella storia recente, attraverso la necessità e l’urgenza della lotta politica e la modificazione di certi valori tradizionali.

La chiave del grottesco, forse persino più indicata, rispetto al genere gotico, da cui in ogni caso trae ispirazione il testo, assume un ruolo centrale nella pièce. Quest’ultima è posta complessivamente al servizio della messa in scena, sia dal punto di vista drammaturgico, che registico. Ma se il grottesco – soprattutto agli occhi del moralista – può apparire eccessivo, qui nulla stona.

La messa in scena gode di un apprezzabile equilibrio, persino tra i diversi generi messi in gioco, dove allo stesso tempo convivono un linguaggio realistico – e per certi versi neorealista, in particolare nell’interpretazione, a tratti pasoliniana, di Bruno Petrosino – e uno più onirico.

“Occhio al cuore” è un esempio contemporaneo di “realismo grottesco”, soprattutto grazie alla regia e all’interpretazione di Toscanelli, dove il nostro sguardo è catturato dalla visione dei più passionali e gretti aspetti del genere umano, per poi esserne trascinato via, fugacemente, rocambolescamente, verso linguaggi più intimi, alti. Si rivolge lo sguardo alle viscere, per poi essere condotti verso una purezza audace e intima.

Il genere di “realismo grottesco”, la cui definizione è coniata da Bachtin nel suo testo dedicato a Rabelais, ha avuto nel corso della storia una fortuna avversa. Nato tra le piazze più luride e polverose d’Italia, poi espansosi in tutta Europa e, in particolare, in Francia, approdò a una definizione canonica grazie alla letteratura rinascimentale, dando vita a esempi straordinari, come “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais.

È proprio nella sua natura esasperatamente terrena che questo genere viene mal compreso, in cui a essere notato é solo l’elemento parodico, di ridicolizzazione, a cui viene ridotto.

Metalli e Toscanelli, rispettivamente autore e regista dello spettacolo, intuiscono perfettamente il pericolo. Il loro è un messaggio politico, che vorrebbe sottolineare tutta la complessità contenuta nei concetti di malvagità, follia, ossessione, identità individuale, ma anche sessuale e di genere. E, nondimeno, hanno il coraggio di non avvalersi della retorica per raggiungere il pubblico, ma di esporsi, rendendo i nostri limiti qualcosa di materico, terreno, visibile a tutti.

Lo spettacolo, già vincitore nel 2020 della rassegna “Idee nello spazio”, ha debuttato al Teatro Lo Spazio dal 28 al 30 maggio.

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