In scena al Teatro del Giglio Giacomo Puccini un Nabucco che porta in primo piano il valore universale dell’opera di Giuseppe Verdi
Sul fondale dipinto di una scenografia che compie la scelta (ci verrebbe da dire ardita, al giorno d’oggi, se non quasi nostalgica) di non ricorrere alle abusate videoproiezioni, ma piuttosto di fare un uso oculato e significativo delle luci e degli arredamenti di scena, prende forma la storia del popolo ebraico e del re Nabucodonosor, una vicenda di hybris oggi più che mai attuale, che spinge un regnante a una tragica discesa nella follia succeduta da una riemersione verso il regno della ragione, risveglio che coincide col fondamentale riconoscimento della non-onnipotenza dell’essere umano.

L’opera di Giuseppe Verdi è portatrice di un ideale che è ben più ampio di quello risorgimentale che animava l’Italia all’epoca della sua composizione (i primi anni Quaranta dell’Ottcento). Il suo portato valoriale continua fino ad oggi ad essere significativo e simbolico di una condizione geopolitica da cui non pare esserci mai sollievo.
I soldati babilonesi armati come truppe antisommossa urbana, Abigaille (Kristina Kolor) abbigliata da gerarca nazista e un Nabucco (Angelo Veccia) che pare uscito dalla saga cinematografica di Mad Max non permettono di ancorare a una precisa epoca gli eventi, ma in concerto con la desolata ambientazione scenografica comunicano enfaticamente l’idea di uno scenario post-apocalittico che potrebbe riguardare il futuro di qualunque cultura contemporanea. Una città desolata, fredda e asettica, depersonalizzante quanto le maschere indossate dai soldati. Di contro il popolo ebraico (portato in scena dal Coro OperaLombardia), simbolo della speranza degli oppressi, è marcato da «abiti terrosi e logori che evocano il loro legame con la terra e la spiritualità» (Note di regia).
Queste scelte di regia, di un’atemporalità permeante l’estetica dell’intero spettacolo, sposano perfettamente i contenuti senza tempo di un’opera che è ancora attuale oggi e continuerà ad esserlo per il tempo avvenire.
Per comprendere realmente la ragione per cui il Nabucco resta un lavoro dal respiro universale e “sempreverde”, dovremmo innanzitutto chiederci chi sia il vero protagonista della storia.
L’opera porta nel titolo il nome del re babilonese, certo, ed egli è il personaggio che compie un percorso di crescita ed evoluzione, permettendo alla vicenda di dipanarsi nella sua drammaturgia, ma risulta arduo identificare Nabucco quale personaggio positivo in cui lo spettatore possa identificarsi e attraverso cui esperire la storia.
La diabolica figlia adottiva del re, Abigaille, nella cui parte vocalmente complessa e insidiosa si destreggia il soprano Kristina Kolor, è senz’altro personaggio rilevante ed essenziale, ma decisamente identificabile come il tradizionale villain.
Per trovare il personaggio principale non dovremmo andare in realtà tanto più in là che riflettere su a chi appartenga il pezzo più noto dell’opera. Non si tratta infatti di un’aria intonata da uno dei solisti come ci aspetteremmo tradizionalmente, ma del celeberrimo coro Va pensiero, eseguito dal popolo ebraico. Ecco trovato il nostro protagonista.
I leviti, vittime dell’oppressione del re e della figlia, che aspirano alla libertà, non perdono la speranza di rivedere un giorno la propria patria e riescono infine nell’impresa di convertire il monarca babilonese alla ragione e alla propria religione. Il popolo ebraico è dunque emblema delle popolazioni oppresse in qualunque conflitto. Non risulta difficile, infatti, associarlo oggi alla popolazione ucraina o a quella palestinese, tra le tante ancora afflitte da questa piaga in un’era in cui il progresso politico, sociale e culturale dovrebbe aver scongiurato simili occorrenze.
Il folle sovrano che, ubriacato dal potere, si considera divinità e si arroga il diritto di decidere delle sorti di un’intera stirpe è fin troppo facilmente riconoscibile nei capi di stato odierni, più assimilabili a monarchi e dittatori nonostante la matrice presumibilmente democratica della loro reggenza.
Il recadrage della costruzione scenografica e coreografica fa sì dunque che fino al momento della sua caduta in disgrazia, Nabucco sia sempre, egocentricamente al centro letterale della scena e la sua presenza non passi inosservata. La corona (simbolo del potere e del domino temporale, dunque irrimediabilmente umano, sui sudditi) di questo Nabucco appare perdipiù strumento nocivo, le cui connotazioni sono già improntate a un’idea di violenza.
Purtroppo, nella realtà in cui viviamo non vi è un’auspicabile presa di coscienza finale del regnante. Nessuna punizione divina o “colpo” umano (come accade in questo allestimento) che lo porti a confrontarsi con la follia delle proprie affermazioni e delle proprie azioni. Per i “nostri” leader politici l’opera termina sulla battuta “Non son più re, son dio”.

L’allestimento portato in scena, che vede Federico Grazzini alla regia e Valerio Galli alla direzione, riesce a ricordarci quanto quest’opera continui a essere rilevante e mantenere quella forza ispiratrice di volontà che il compositore e il librettista gli avevano infuso all’atto della sua creazione.
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Nabucco di Giuseppe Verdi – Dramma lirico in quattro parti su libretto di Temistocle Solera – Una coproduzione Teatri di OperaLombardia (Grande di Brescia, Sociale di Como, Donizzetti di Bergamo, Ponchielli di Cremona, Fraschini di Pavia), Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca, Teatro comunale di Modena, Fondazione I Teatr di Reggio Emilia) – Direttore d’orchestra: Valerio Galli – Regia di Federico Grazzini – Assistente alla regia: Anna Laura Miszerak – Scene e costumi di Anna Bonomelli – Assitente ai costumi: Angelica Forni – Light design di Giuseppe di Iorio – Assistente light designer: Luca Asioli – Direttore del coro: Diego Maccagnolo – Con: Angelo Veccia, Kristina Kolar, Peter Martinčič, Marco Miglietta, Mara Gaudenzi, Saverio Pugliese, Laura Forino, Alberto Comes – Coro OperaLombardia – Teatro del Giglio 4 e 5 gennaio 2026





