di Sara Formisano

 

Nomadland, con Frances McDormand è un film sul nomadismo, un film che si presenta come un diario di viaggio, un film documentario in cui vediamo persone reali insieme ai personaggi. Nomadland è il film vincitore degli Oscar 2021 ed è un prodotto tutto al femminile. Oltre alla perfetta McDormand nei panni di Fern l’opera è stata scritta, diretta co-prodotta e montata da Chloé Zhao.
Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha vinto il Leone d’oro, ha fatto incetta di premi e con la riapertura delle sale cinematografiche tutti sono corsi a vederlo.

Frances McDormand è una garanzia per chiunque voglia vedere film di qualità e la sua interpretazione è ogni volta magistrale. La libertà che esprime con la propria immagine è di esempio per molte donne. McDormand non si preoccupa di sembrare sempre bella eppure lo è, perché riusciamo ogni volta a vedere la sua bellezza completa, dentro e fuori. È un’attrice che esprime sempre verità e i suoi personaggi sono così reali che puoi sentirli vicini, amici.

In questo caso Fern, la protagonista, è una donna indipendente e libera che in un periodo storico complicato com’è stato quello della Grande recessione, occorsa tra il 2007 e il 2013 in America, dopo aver perso l’amato marito, all’età di sessant’anni diventa nomade. Fern percorre gli Stati Uniti occidentali sul suo van dove abita e che custodisce i ricordi di una vita. Lungo la strada incontra tante persone, storie intense, tanto dolore ma anche tanto amore.

La storia di Fern e dei nomadi moderni è impostata proprio come un documentario e a volte ci si dimentica che i protagonisti sono attori che stanno recitando una parte e questi ultimi si mescolano ai nomadi che per davvero hanno lasciato tutto e hanno peregrinato per anni, lontano dalla civiltà fino a quel momento conosciuta.

Il viaggio che compiamo insieme alla protagonista è accompagnato dai ricordi, è un continuo andare avanti lungo la strada e ricordare gli eventi passati; il suo lutto è il nostro e il dolore costante, amplificato dalla solitudine e digerito dal viaggio e dal confronto con gli altri è un altro personaggio che cammina accanto a Fern.

Ciò che rende questo film di non facile digestione è proprio la densità delle emozioni in gioco e la quasi totale assenza di un elisir finale. È un loop costante di situazioni in cui la protagonista non è mai connessa per davvero con il contesto; la vediamo in compagnia a volte ma è sempre sola. Questo forte senso di solitudine si mantiene per tutta la narrazione. Nomadland è una verità nuda e cruda in cui la gioia, in quei pochi momenti in cui è presente, esiste in funzione del ricordo e mai nel presente in cui agisce la protagonista. È un film sul lutto e sul modo di elaborarlo, una storia su diverse possibilità di concepire la società, fuori dai canoni prestabiliti e allo stesso tempo un tornare indietro a un modo di vivere primordiale in cui contano solo le cose essenziali e tutto ciò che è superfluo è eliminato.
Il film è per questo una fotografia chiara e precisa di un periodo storico e di una condizione sociale reale narrati attraverso un’anima (quella di Fern) in moto perpetuo.

Se ci si vuole affacciare a una realtà diversa osservando un modo di vivere inconsueto per il tipo di vita sociale cui siamo abituati, Nomadland è un film politico (termine questo inteso nel suo senso più letterale) necessario.

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