Quando l’ideale diventa uno stile di vita, il monologo di Elena Bucci, restituisce la storia intensa e tormentata di Alekos Panagulis e Oriana Fallaci.
Elena Bucci entra in scena e, con il corpo prima ancora che con la parola, restituisce la storia di due vite che si sono riconosciute fino a consumarsi: Alekos Panagulis e Oriana Fallaci. Al Teatro di Villa Torlonia di Roma, Nella lingua e nella spada prende forma come il racconto di un amore indomabile, nato nella lotta e destinato a non spegnersi: due anime forti e libere, tormentate nella loro relazione più intima, ma legate da un vincolo assoluto, capace di resistere fino alla morte.

La vicenda di Alekos Panagulis e Oriana Fallaci, raccontata con grande intensità da Elena Bucci, si incastra in modo sorprendentemente naturale nel contesto del Teatro di Villa Torlonia. Un luogo che nasce esso stesso da una storia d’amore: nel 1841 il principe Alessandro Torlonia commissiona la costruzione del teatro per celebrare le nozze con Teresa Colonna, ma i lavori vengono interrotti a causa della sua morte prematura nel 1848. Il teatro verrà completato solo molti anni dopo, nel 1874.
In questo spazio carico di memoria, il racconto di Alekos e Oriana si ricama silenziosamente ma con forza percettibile sull’anima dello spettatore, intrecciando amori del passato e tormenti di un amore moderno, assoluto, irriducibile. La sintonia tra storia e luogo si avverte fin dall’accendersi delle luci sul palcoscenico: qualcosa di indefinibile restituisce la sensazione di una storia “giusta” nel contesto teatrale “giusto”.
La narrazione prende le mosse dal libro Un uomo, scritto da Oriana Fallaci dopo la morte di Alekos Panagulis, avvenuta nel 1976. Il monologo attinge però anche ad altri scritti e materiali biografici della giornalista: del libro vero e proprio è presente solo una piccola parte, poiché la Fallaci non ne consentì mai l’adattamento cinematografico o teatrale. Un uomo era per lei un testo quasi sacro, perché raccontava la storia di un uomo che fu anche il suo uomo, nella fase finale della sua vita.
Panagulis fu un oppositore irriducibile della dittatura greca: per questo venne arrestato e torturato per cinque anni. In prigionia non ebbe mai cedimenti, non tradì mai i compagni, non pronunciò mai una parola di troppo, nemmeno quando furono proprio alcuni di loro a tradirlo. Dal racconto emerge un uomo orgoglioso, giusto, animato da un’idea assoluta di libertà e giustizia, capace di resistere senza piegarsi. Ma non è un eroe idealizzato: è un uomo complesso, umano, fragile nella sua grandezza.
In scena, uno sfondo luminoso che muta: il marrone, richiamo alla terra greca; l’azzurro, memoria del tempo trascorso in Toscana, terra amata da Oriana; una luna arancione che veglia silenziosa. Corde che scendono dall’alto, disposti in forma quadrata, diventano di volta in volta prigione, spazio di libertà, o metafora dell’intreccio di due anime destinate a incontrarsi.
L’interpretazione di Elena Bucci è fisica, intensa, attraversata da movimenti netti e decisi: il corpo dell’attrice non accompagna solo la parola, ma la incarna. È un corpo che manifesta ribellione fisica e morale, interiore, di un uomo che rifiuta di sottomettersi.
La sofferenza si trasforma in poesia: Alekos scrive in prigione per dissetare la propria anima sensibile, prima ancora che per trovare consolazione. Legge e conserva gli articoli di Oriana come beni preziosi. Poi l’incontro, alla sua scarcerazione: lei è lì per intervistarlo, inviata speciale, giornalista lucida e brillante, ma incapace di formulare domande ordinate. Le parole si accavallano, diventano improvvisamente inutili. È ciò che accade quando due anime affini si riconoscono per la prima volta. Da quel momento, non si lasceranno più.
La narrazione procede con ritmo incalzante, sostenuta da luci, musiche, parole dure e gesti essenziali, ma potenti. È una storia pesante, perché tale è la vita di chi lotta contro l’ingiustizia, incurante persino della propria pelle. La giustizia come ideale assoluto, come ragione di vita.
Oriana entra nella vita di Alekos con la stessa forza: spirito libero, determinata, incapace di piegarsi, se non all’amore per lui. Non è una donna che si annulla, né che rinuncia a sé stessa. Il loro è un legame combattuto, tormentato, fatto di avvicinamenti e fughe, di distanze necessarie per non soffocarsi, ma proprio per questo capace di resistere fino alla morte di lui, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite.
Con la morte di Alekos si spezza una vita e si spezza anche una parte di Oriana. Per tre anni resta chiusa in casa a scrivere di lui, mentre il tempo sembra sospeso: solo un albero di pero visibile dalla sua finestra, che cambia con le stagioni, le restituisce il senso dello scorrere del tempo.
Nella lingua e nella spada è una storia potente e dolorosamente attuale, che continua a interrogare il nostro presente sul significato di vita, giustizia e democrazia. Ricorda che uomini e donne sono morti non per ideali individuali, ma collettivi, politici, sociali. Per un bene che riguarda tutti.
Sono anime sensibili e forti oltre ogni misura, esempi necessari affinché la lotta per la giustizia resti un ideale condiviso, vivo, irrinunciabile.
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Nella lingua e nella spada – drammaturgia, regia e interpretazione Elena Bucci – musica in playback di Luigi Ceccarelli con registrazioni di Michele Rabbia e Paolo Ravaglia – disegno luci Loredana Oddone
cura e regia del suono Raffaele Bassetti – assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri – scene Elena Bucci, Loredana Oddone – costumi Elena Bucci, Marta Benini e Manuela Monti – foto Luca Concas, Salvatore Pastore, Patrizia Piccino – produzione Le belle bandiere – produzione musicale Edison Studio – Teatro Torlonia 22-25 gennaio 2026





