di Giorgia Leuratti

 

Se lo stato di immobilità conseguente alla diffusione del COVID-19, ha condotto ad un generale spaesamento di tutte le categorie di lavoratori; questo produce i suoi effetti anche e soprattutto sui lavoratori dello spettacolo dal vivo. Dagli interrogativi sul presente e sul futuro del teatro nasce il desiderio di intervistare l’attrice italiana Monica Guerritore.

 

Nata come conseguenza di un’interruzione, la condizione di immobilità che stiamo vivendo porta interrogarsi su tutto ciò che la ha preceduta. In riferimento al teatro dell’immediato passato, quali ritiene fossero le sue peculiarità e le sue mancanze sul territorio italiano? E’ in qualche modo possibile ritenere questa pandemia anche come esortazione al teatro a riflettere su se stesso?

 Riflettere certo! Guai a chi ha cominciato a pensare che sia solo la fascinazione del contatto, della presenza dell’attore, a dare forza e senso al teatro: finiamo in mano ai performer, ai saltimbanchi, agli imbonitori!

Il teatro è analisi logica, punto di vista, è partitura musicale e fisica che, con terribile precisione e usando al meglio tutte le leve della fascinazione, (carisma del protagonista effetti luce, effetti musicali, cambi scena) conduce lo spettatore al centro del dramma, al cuore rivelatore.

Io nasco con questo teatro, non con le performances; si chiama teatro di regia, è un’ operazione intellettuale che dovrebbe essere insegnata a scuola e condivisa in tutte le sedi dove si parla di “racconto dell’essere umano” (cinema teatro televisione).

E’ questo che fanno all’estero: lì non esiste grande produzione, grande film, grande serie, senza lo studio e il lavoro sulla struttura drammaturgica.

Al contrario in Italia la usiamo solo noi, la studiamo solo noi: è la base e la struttura stessa del teatro, ma è sconosciuta in televisione e al cinema: spesso si vede.

Ora, e per almeno sei, sette mesi, le porte chiuse dei teatri dovrebbero ammutolire un intero settore che opera da sempre e per sempre con gli altri, negli altri, per gli altri. E’ il momento per entrare nel futuro da contemporanei, facendolo.

 

Nell’intervista da lei rivolta al presidente Giuseppe Conte, parla della necessità “lavorare con la Rai per aprire una terza via”, di come essa sia indispensabile per mantenere in vita il teatro in questo periodo di fermo. Da quali consapevolezza ha avuto origine il suo appello? Quale ritiene essere stato il suo iniziale riscontro?

Ogni giorno che passa i miei colleghi si avvicinano a quello che il 4 Marzo scrissi all’Amministratore delegato della Rai (Fabrizio Salini) e, dopo poco, al Presidente Conte; condannavano questo con un’ovvietà: il teatro si fa solo in teatro, fare il teatro non è essere il Teatro.

Stiamo parlando di pensiero collettivo, storia del pensiero umano, sede dell’umano sentire, qualcosa che non si ferma per un indirizzo chiuso. Dobbiamo trovare accoglienza e crearci nuove forme espressive come scriveva Strehler, questo è necessario alla rigenerazione politica e sociale del paese.

C’è stato ascolto da parte della Rai: la produttrice Gloria Giorgianni sta preparando il progetto che abbiamo elaborato con il regista e amico Piero Maccarinelli e consultando produttori registi e amici di spettacoli bloccati dalla pandemia; il presidente Conte non mi ha risposto ma sono stata chiamata dal Ministro Franceschini a un tavolo di proposte.

 

Nel corso di un suo intervento sul programma televisivo “Otto e Mezzo”, scinde il concetto di “teatro in televisione” da quello di “teleteatro”: in cosa consiste per lei questa differenza?

 La differenza è nel verbo “fare”: io faccio un testo teatrale per lo schermo televisivo con mezzi di ripresa, è un opera autonoma sostenuta dal centro vitale del teatro, la drammaturgia, il testo.

Il nostro settore ha a che fare capolavori e interpreti, autori e maestranze, che sono capaci e formati in ogni settore per poter inventare la terza via.

Siamo nel 2020, non possiamo far finta che non esista una grande possibilità di arricchimento collaborazione dei nostri talenti con talenti cinematografici, dei nostri elettricisti e direttori della fotografia, con operatori e direttori della fotografia nativi digitali. Non possiamo non sapere che le fascinazioni della post produzione possono accentuare la metafisica in cui galleggiano le nostre opere disincarnate, dando ancora più valore a quelle realistiche.

Si tratta di un melting pot in grado di abbattere l’assurda divisione tra interpreti cinematografici e televisivi, da quelli teatrali. Sono mondi che si sono ignorati fino ad adesso e che, se siamo umili e davvero amiamo il nostro mestiere, (il racconto dell’essere umano) non possiamo tenere ancora separati.

 

Elemento trasversale nei suoi interventi è il vivo interesse rivolto alle scuole, manifestato nella disponibilità di supportare i professori insegnando ai ragazzi le materie che sono alla base del vostro lavoro: secondo quali passaggi questo desiderio potrebbe essere messo in atto?

Un progetto su cui sto lavorando che deve essere proposto al Miur e veder la collaborazione del Mibact e dell’Anci.

 

Da un punto di vista più generale e sulla base della sua esperienza, ritiene che l’avvento del virus sul territorio italiano abbia in qualche modo condotto a cambiamenti o nuove consapevolezze dell’individuo di fonte alla realtà che ci circonda?

 L’individuo sta aspettando di elaborare quello che è accaduto e che ha sicuramente spazzato via chiacchiericcio e volgarità.  E’ il tempo per noi: finché un artista non ci consegnerà un opera compiuta, un testo che, attraverso la fabula, il racconto, la metafora, parli di quello che stiamo passando, possiamo ritornare a confortarci con Amleto. Shakespeare scrive durante un’epidemia di peste nera dove il senso di morte e di incertezza prende i panni di un delitto familiare; ma la morte è ovunque e con lei l’essere o non essere.

 Ecco, intanto leggiamo Amleto e riflettiamoci nel suo “il mondo è uscito dai suoi cardini”.

 

Nel recente “L’anima buona di Sezuan” ha interpretato parallelamente due personaggi; l’una l’antitesi dell’altro, Shen Te e Shui ta convivevano in un unico corpo alternandosi repentinamente nel corso dell’opera. Come descriverebbe questa sua esperienza?

Passare dalla grazia e leggerezza della buona Shen Te, alle movenze del cattivo Shui Ta, è un esperienza: da quel momento in poi il conflitto tra bene e male ha un volto e un carattere precisi. Non solo il pubblico in sala è chiamato a decidere da che parte stare, ma anche io, io che alla fine griderò: impossibile è stato essere buona con gli altri e anche con me, dare aiuto ai miei simili e darlo anche a me!

Inoltre questo lavoro ha significato per me, tornare tra le braccia del mio creatore: Giorgio Strehler.

 

“Siamo creature esitanti, fissiamo il cielo con migliaia di occhi!” – ricordiamo la sua voce pronunciarlo in “Giovanna D’Arco”, spettacolo da lei diretto e interpretato al Teatro Vascello di Roma. Partendo da queste parole, è possibile declinarle diversamente, alla luce della condizione di spaesamento che stiamo vivendo?

Fissare il cielo con migliaia di occhi è quello che accade agli uomini e alle donne che credono nella vita spirituale, nella vita immortale, che non si fermano ai cinque sensi, che sanno che quello che fanno supera il limite del temporale, continuando a vivere nel mondo e per il mondo. Per questo se ne occupano e costruiscono cose.

 

Quali erano i suoi progetti teatrali prima che l’emergenza sanitaria rendesse impossibile metterli in atto nell’immediato?

 Avevo appena finito di provare la mia Giovanna D’Arco con Severine Cojannot che la interpreterà a Parigi al Theatre de la Contrescarpe con la traduzione di Jean Paul Manganaro.  Aspettavo di tornare a Parigi per il debutto del 1 Aprile e al Festival di Avignone il 3 luglio.

 

In attesa di definitive decisioni da parte del Governo e dell’intervento del ministro Franceschini, quali cambiamenti immagina avverranno a sostegno e/o a regolamentazione delle attività dedicate al teatro?

Quello che accadrà dopo, il modo per mettere in ordine il settore del teatro, ha vari progetti: uno fra tutti è quello articolato da Giuseppe Di Pasquale, ma penso che si svilupperà in una seconda fase. Siamo ancora in piena emergenza ma ho capito che c’è grande difficoltà da parte del Mibact, ad intercettare chi ha bisogno. Due cose urgenti a mio avviso?   Noi non vogliamo essere assistiti a vita, ma impegnarci e lavorare (con le Scuole, all’aperto, in televisione…).  Allo Stato bisogna chiedere che a tutti vengano pagati i contributi; ogni giornata lavorativa che il produttore dichiara potrebbe avere il contributo Inps pagato dallo Stato: questo potrebbe essere un aiuto per uscire dallo stato di invisibilità.

 La seconda cosa più urgente in questo momento è che tutti si registrino nel RAI, il Registro Italiano degli Attori promosso da Raffaele Buranelli e Karin Proia: è un data base di tutti (cinema teatro televisione) su tutto il territorio.

 Per far questo saranno necessari dei requisiti e ogni tre anni verranno effettuati dei controlli ma, chi è certificato a far parte della nostra categoria, porterà questo peso con migliaia di attori insieme lui.

 Soli, singoli e sparpagliati non succede nulla.

 

Quale mutamento si riscontrerà nel teatro quando, a distanza di tempo, le attività potranno riprendere liberamente?

Quello che stiamo disegnando adesso.

 

 

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