di Giorgia Leuratti

Mazùt si offre nel suo farsi, nel suo realizzarsi come composizione stratificata. Nella sovrapposizione di materiali, nel loro continuo riallestimento, nella ricerca di corrispondenza con lo spazio che la ospita, restituisce sin dal primo momento un’immagine dinamica.

“Per favore, non credere necessariamente a ciò che si vede”: è l’indicazione scenica, formulata come necessario invito all’incredulità, a farsi preambolo per Mazùt di Baro d’evel di Camille Decourtye e Blaï Mateu Trias, presentato al Teatro Vascello di Roma nell’ambito del Roma Europa Festival.

L’uomo con la testa di cavallo si muove sul posto producendo tonfi. Ora meccanica, ora sempre più fluida, la sua danza appare come il disperato tentativo di liberarsi dall’invisibile legaccio che lo opprime. E’ la donna a distoglierlo, la segretaria dai passi svelti, il suo saluto indeciso.

La maschera è tolta, lo spazio si trasforma: conseguenza del gesto simbolico è il costituirsi di un clima differente dominato dall’insofferente, quanto incostituibile tentativo di funzionalità nell’azione.

Eppure cos’è davvero funzionale? Una meccanica della non funzionalità sembra invece avere luogo, quella della spasmodica ripetizione di movimenti che, veicolati dall’innaturalezza, dall’insofferenza si concludono di volta in volta nell’interruzione.

E’ la pioggia che cade dal soffitto l’innesto simbolico della discontinuità, elemento di disturbo che si ripresenterà più volte nel corso della pièce, determinandone il ritmo spezzato.

Le sedie che si spostano, i barattoli di latta disposti per far confluire le gocce; ogni gesto appare arbitrario.

Arbitrario è anche il passo a due dei protagonisti che, fino ad allora bloccati nella reciproca estraneità, si trovano coinvolti in una danza- lotta articolata su un dinamismo acrobatico.

Ognuno dei due ballerini sembra voler trattenere l’altro, bloccarne la fuga, l’irruenza gestuale. L’apparente non coordinazione cela una straordinaria precisione espressiva.

“Tutto somiglia un po’ a ieri, o a domani”

Seduti ora su due sedie al centro del palco, i due si interrogano sul senso del tempo. preparando forse il terreno all’apice esplosivo del quadro seguente dove, nascosti da un grande telo di carta, offriranno i loro corpi alla creazione di una maestosa figura equicefala il cui manto avvolgerà l’intero spazio scenico.

E’ il dualismo uomo- animale a divenire cifra interpretativa dell’intera rappresentazione, l’analisi delle conseguenze scaturite da un umano animalizzato o da un’animale umanizzato che, impossibilitato a risolvere la propria contraddizione, si scopre estraneo all’altro, incapace alla comunicazione.

Ora titubanti, ora trascinati da una complicità strabordante Camille Decourtye e Blaï Mateu Trias ci guidano nella ricerca del labile confine che veicola il rapporto con l’altro.

Una metafora dell’esistenza attraverso il ripetersi della caduta, l’esplorazione dell’altrui corpo nel gesto di arrampicarsi su di esso, la potenza visionaria di un passo a due.

 

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