Manfridi e la cura del «non capire»

Al Teatrosophia si gioca con palindromi e anagrammi

Il primo a essere ignaro del genere a cui appartenga l’esibizione annunciata (In treno, in tre no) è proprio l’autore di questa interessante performance glottologica, ma anche interprete di un tentativo in parte riuscito, in parte – dobbiamo dirlo, altrimenti saremo noi di parte! – sdraiato su se stesso. Inizialmente, Giuseppe Manfridi, con coscienziosa serenità, avverte che si sta avventurando in un terreno assai insidioso, ma poi, al finale, dopo quasi due ore di vivace intrattenimento, invece di asciugare e cavalcare intrepido verso la chiosa, tende ad allungare rallentando la corsa del suo treno a cerniera.

La pipa di Magritte

Per introdurci meglio nel magma di quel che s’appresta ad affrontare, ossia della materia che sta per scandagliare, l’audace mattattore chiede aiuto prima a una pipa vera e poi al genio di Magritte, il quale disegnando una perfetta riproduzione di pipa ha la sfrontatezza di ammonire l’osservatore che di pipa non si tratta. «Ma come! – esclamerebbe chiunque – Più pipa di così!» Invece, ha ragione Magritte: una pipa si fuma, mentre la sua è soltanto una raffigurazione dipinta. In effetti, la pipa di Magritte diventa tale solamente nella nostra immaginazione che la traduce in parola equiparandola, quindi, alla pipa reale, quella che si fuma. Ecco evidenziata la magia delle parole, ed ecco illustrato il principio della «pipa mentale» che si erge a prototipo del divertissement ideato da Manfridi intorno a un suo approfondito studio sulle parole. Uno studio che diventa facilmente un gioco, un passatempo (non completamente immune da effetti collaterali!), non certo uno spettacolo e neanche una lezione. Durante il simpatico simposio tornano i nomi della «Settimana enigmistica» di Giorgio Sisini, e del suo storico collaboratore, quel Piero Bartezzaghi capostipite di una schiatta di enigmisti e glottologi. Sono loro che a metà del secolo scorso insegnarono a giocare con le parole a moltissimi italiani: non solo con gli schemi a incroci orizzontali e verticali, ma con i rebus, con le sciarade e con «la sfinge» e tante altre possibilità che le parole offrono per far allenare la mente.

Manfridi esamina in particolare i lemmi palindromi e gli anagrammi, offrendo allo spettatore interessanti soluzioni per passare il tempo, per divertirsi. Comincia dalla Genesi, proprio quella con la maiuscola, presentando, in lingua inglese, il primo uomo alla prima donna: «Madam I’m Adam», poi propone la formula latina, più stringata: «Ave Eva». E quindi passa in rassegna alcune eccellenze del glossario: onorarono è il palindromo campione d’Italia con nove lettere; oppure, primatista mondiale con quindici lettere, è la finlandese saippuakauppias (venditore di sapone). Dalle semplici parole poi si passa a intere frasi che si possono leggere da sinistra a destra e viceversa. Naturalmente più si allunga il brodo, maggiore è la possibilità di perdere il senso di quel che si legge e si scrive: ma bisogna abituarsi – avverte Manfridi – a non capire, potrebbe essere anche un’ottima cura omeopatica. Meglio lasciarsi trasportare dall’insensatezza criptica dell’allegria del suono. Ed è così che nasce il racconto palindromo più lungo di sempre composto da 4.587 caratteri. Si intitola «11 luglio 1982», è un omaggio dello scrittore Giuseppe Varaldo alla conquista della Coppa del mondo vinta in Spagna dalla nazionale di Paolo Rossi; la cui parte centrale dice: «…logore. Zoff (ùtinam) è dei, parà, para piede, mani, tuffo zero gol». Il linguaggio è incomprensibile, eppure, leggendo un intero brano al giusto ritmo, si casca facilmente nell’immaginazione sonora di un pallone che rotola e rimbalza insensatamente da un piede all’altro, proprio come accade sui campi di calcio. Una suggestione della nostra immaginazione: torna l’illusione della pipa di Magritte!

S’è detto, pure, che la filosofia insegna che le forme si rintracciano nel caos, ma l’autore ci fa notare che l’anagramma di «Giuda Iscariota» mantiene un senso a tema: «dà i guai a Cristo» è tutt’altro che una forma frutto del caos. Mentre l’«azienda camorristica» che si trasforma in «democrazia cristiana» potrebbe destare ancora qualche dubbio. Non so se si tratti proprio di caos, tuttavia occorrerebbe capire quale sia la forma primordiale, quella che ha generato l’altra. Ma forse, in questo caso, ha ragione Manfridi: non capire è la migliore soluzione.

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In treno, in tre no di e con Giuseppe Manfridi; elementi scenici, Antonella Rebecchini. Teatrosophia, 15 ottobre (ultima replica)

Teatro Roma
Elena Salvati

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