di Claudio Riccardi

 

L’uomo dal fiore in bocca, dramma in atto unico di Luigi Pirandello, venne portato in scena per la prima volta nel 1922 al Teatro Manzoni di Milano. A distanza di un secolo, l’Argot Teatro Studio di Roma ha proposto al pubblico un originale adattamento. Scritto e diretto da Francesco Zecca il monologo viene ribaltato: il protagonista tace ed ha valicato i confini terreni, la moglie esce dal silenzio e libera in voce i suoi pensieri. Che erano quelli del marito, nell’atto unico originale.

Lo spettacolo è andato in scena dal 31 marzo al 10 aprile. Prodotto da Argot Produzioni in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito Teatro. Musiche di Diego Buongiorno, disegno luci a cura di Alberto Tizzone.

Sul palco, Lucrezia Lante Della Rovere. Veste di nero, il colore del lutto. Dolore immenso. Ha in mano un mazzo di fili d’erba, ne pianta uno ad uno sul sepolcro del defunto coniuge. Lui è stato sconfitto dal male oscuro, un epitelioma, “il fiore in bocca” della morte. Si era allontanato, verso un bar, per salutare in solitudine il mondo. Lontano dalla sua lei. Vivere da solo il dramma della fine, senza fare ritorno.

Del defunto rimane un cappello, piantato in mezzo allo strato di terra che ancora fresco ricopre il suo corpo. Lei si immedesima in lui, cerca di capire cosa gli accadde. Si chiede perché abbia raccontato i dettagli della malattia a uno sconosciuto, piuttosto che a lei, sua moglie.
Vorrebbe morire insieme a lui, raggiungerlo. Si sdraia, sulla tomba. Lo amava, lo ama ora e per sempre. Snocciola ricordi, immagini, sguardi, episodi. Lotta con una mancanza.

Ma è combattuta, perché nel suo intimo vorrebbe continuare a vivere. A respirare, ad emozionarsi. A meravigliarsi di fronte alla bellezza, ad ammirare le succose albicocche del suo giardino. Infine, si alza. Sorridendo. Avanti, con energia, per scrivere un nuovo capitolo della propria esistenza. Tra i convinti applausi che arrivano dalla platea dell’Argot.

Condividi su: