di Leonardo Campara

 

Il genio del maestro del Surrealismo, Salvador Dalì in mostra nella migliore location della capitale in fatto di arte contemporanea, ossia il quartiere universitario di San Lorenzo, nello specifico alla Galleria delle Arti, un antro sotterraneo riempito di un’atmosfera musicale grottesca. Una mostra gratuita dalla brevissima durata (dal 22 marzo al 9 aprile) ma che apre ad un percorso conoscitivo all’arte figurativa di uno dei suoi più importanti esponenti, attraverso una chiave di lettura inedita dell’Inferno di Dante. Commissionatagli dal governo italiano negli anni ’50 in occasione del 700esimo anniversario dalla nascita del Sommo Poeta, la collezione comprende ben 34 acquerelli trasformati magistralmente in xilografie da Joseph Foret, su supervisione di Dalì stesso. Il risultato è una resa coloristica dirompente che carica i disegni onirici di una vitalità tanto irrealistica quanto tangibile, esistente e tridimensionale. Una delle chiavi della pittura surrealista di Dalì è da rintracciare proprio nella sua capacità di dare forma fisica ad un mondo senza attinenze al dato reale, e quale miglior banco di prova dell’universo dannato, radice del male assoluto?

A parte alcuni disegni, in cui la mano surrealista dettata dall’inconscio emerge chiaramente, la collezione ci racconta di un Salvador Dalì maturo che ha digerito tutte le esperienze avanguardiste, in particolare quelle futuriste, metafisiche e soprattutto cubiste. E dunque vengono rappresentati personaggi del Limbo nel groviglio eterno del loro dramma come fossero macerie di Guernica, un Cerbero in forma di cavallo imbizzarrito, rappresentato nell’atto dinamico (e qui c’è da raffrontarlo con il cane futurista di Giacomo Balla) di punire i golosi oppure ancora un Minosse metafisico-surrealista che giudica condannati stilizzati geometricamente come fossero origami. A suo tempo la mostra in Italia non riscosse il successo sperato e destò molti dubbi la scelta di un così eccentrico personaggio che non volle neanche allestire l’ordine sequenziale dei canti come l’originale dantesco, e quindi la collezione fu spostata nel 1960 alla Gallièra di Parigi dove invece venne accolta come una grandiosa opera senza eguali sulla Commedia. 

“Ho voluto che le mie illustrazioni per Dante fossero come delle lievi impronte di umidità su un formaggio divino, di qui il loro aspetto variopinto ad ali di farfalla.” 

La miglior descrizione della sua opera ce l’ha concessa Dalì stesso, che rappresenta la sintesi del suo lavoro nella ricerca dell’inconoscibile attraverso le forme più surreali che la mente umana è in grado di assemblare, proprio come nei sogni. Si chiude un cerchio che ha riportato la mostra dov’era nata ma non particolarmente apprezzata, in una forma postuma di riconoscimento della grandezza di un artista. Seppur per breve tempo, l’episodio concede una ulteriore possibilità al nostro paese per poter riflettere sui giudizi conservativi che soffocano le nuove generazioni di artisti e magari di prendere spunto dall’atteggiamento promotore degli altri paesi d’Europa e del mondo. In una sintesi illuminante di Sabino Cassese, concentrarsi su una positiva “politica della cultura” in opposizione ad una “politica culturale“, volta allo sfruttamento della cultura per fini politici.

L’evento rientra nell’ambito delle Celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri ed è realizzato in collaborazione con FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori, Dante 2021 – Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni e Federintermedia.

 

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