di Laura Dotta Rosso

 

 

Fumo nell’aria, la messa in si minore di Bach e una casa completamente nera: questo l’inizio di “Le ultime lune” di Furio Bordon con Andrea Giordana, Galatea Ranzi e Luchino Giordana, con la regia di Daniele Salvo in scena al Teatro Ghione dal 29 ottobre al 3 novembre. Subito si viene immersi in un’atmosfera elegante, audace e sconvolgente. Il tempo si ferma, ci si immobilizza ad osservare i dettagli dell’arredamento e la presenza di un vecchio signore seduto sul palcoscenico, sembra impersonare un direttore d’orchestra pronto ad avviare la narrazione della sua esistenza. La musica vola nell’aria, la sensazione risulta essere quella di un luogo tetro che però non mette paura; la poesia di quello spazio è palpabile e l’idea di essere nell’incipit di un film è molto reale. 

Tutti i mobili sono neri, l’unica nota di colore è rappresentata dalla camicia bianca e dal maglione porpora dell’anziano solo e disilluso dalla vita; non ha più speranze, non ha più voglia di vivere perchè “ non si può essere felici quando si invecchia”. L’unica presenza costante della sua vita è rappresentata dalla moglie morta con la quale discute quotidianamente. La consorte lo critica di stare tutto il giorno seduto ad ascoltare la musica, a leggere, di non vivere più. I dialoghi sono spiritosi ma anche intensi, drammatici, tristi. Le conversazioni continuano e un altro elemento colorato si palesa: un libro di figurine con Pluto e Paperino fa tornare il sorriso sul volto dell’anziano. 

Subito però la verità del mondo reale torna a schiantarsi su di lui e la vecchiaia si ripresenta tenace come un carcere a vita. Ecco apparire il figlio pronto a portare il suo vecchio genitore in una, a suo dire, fantastica struttura chiamata Villa Delizia. Morire vuol dire entrare nel niente e solo chi è stato soddisfatto della sua vita, ha paura di soccombere e di affrontare questo buco nero tanto temuto. Cosa si può togliere a chi è già stato negato un futuro? Il protagonista vuole andare nella casa di riposo per non essere più un peso, una frustrazione per la sua famiglia. Manca solo un ultimo oggetto per terminare la valigia: un album di ricordi felici bianco, altra sfumatura che racchiude tutte le foto passate, contenenti i colori che la vita gli ha donato in passato, e che ora non esistono più da tempo. L’anziano è consapevole che il figlio ha un carattere completamente diverso dal proprio: è più serioso, più rigido meno incline agli scherzi e all’ascolto.

Alle fine ci si abitua a tutto nella casa di riposo, ci si abitua ad ascoltare la musica nelle cuffie, alla presenza costante degli infermieri, al risentimento verso i figli, ci si abitua piano piano come al rumore di una goccia di acqua che cade da un rubinetto. Lo spettatore è attirato dalle immagini che risultano magnetiche, create dai suoni, dai colori delle luci, sempre adeguate e in linea con l’ambiente circostante. La regia è stimolante, le figure a fondo palco, create dai restanti due attori, contribuiscono a sviluppare l’angoscia del protagonista. Andrea Giordana riesce a far immedesimare il pubblico in modo totale, Galatea Ranzi affronta bene il suo ruolo, in alcuni passaggi risulta inquadrata per evidenziare la dipartita della moglie. Luchino Giordana riesce nell’intento di sottolineare la goffaggine e la poca empatia del suo personaggio.

La messa in si minore di Bach continua, la neve cade delicatamente sulle vetrate di Villa Delizia, anche se, questa volta di delizioso, non c’è più nulla. E’ arrivata la fine. Le ultime lune saranno anche le più belle ma rimangono sempre le ultime.

 

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