di Giorgia Leuratti

 

Nella scena desolata, un’architettura fatiscente di sedie cattura gli sguardi: si apre nel silenzio “Le sedie” di Eugène Ionesco, in scena al Teatro Vascello di Roma per la regia di Valerio Binasco con Michele Di Mauro, Federica Fracassi (Premio “Le Maschere del Teatro Italiano” 2021 come Miglior attrice protagonista)

“Non c’è il sole, è notte, non restano che le ombre”- in alto troneggia un’enorme finestra, al centro tre seggiole attendono l’arrivo dei personaggi.

Avanzano l’uno seguito dall’altra, a passi traballanti. Le loro ombre, in contrasto con l’illuminazione lunare (Premio Ubu Nicolas Bovey) si proiettano sulla parete, i loro discorsi spezzati attingono alla memoria.

Raccontami una storia. La storia è sempre la stessa da centosettantacinque anni, ha confini indistinti ma rimane vivida per chi ha uno spirito nuovo tutte le sere. La musica (Paolo Spaccamonti) la accompagna.

Definita dal suo autore “farsa tragica” la pièce si articola come narrazione di un tempo sospeso dove nulla realmente accade, dove tutto rimane preambolo, attesa di ciò che forse dovrà accadere.

Qualcosa sta per succedere, qualcosa sta per esser reso manifesto: l’urgente proclama per l’umanità, l’annuncio che muterà in modo decisivo ogni consapevolezza.

E’ in funzione di questo che una convocazione ha luogo, una convocazione rivolta al mondo intero: è giunto il kairos, il momento opportuno, l’imminente fine di un tempo indefinibile.

Ma la la signora, il colonnello, la vecchia compagna di scuola e suo marito, e ancora, tutti o personaggi che sopraggiungono, non sono altro che presenze invisibili.

Unico segno della loro presunta esistenza sono le innumerevoli sedie progressivamente disposte sulla superficie del palcoscenico.

Nella costruzione di una temporalità senza reali coordinate, la memoria è un universo frammentato dove appare difficile scindere l’accaduto dal non accaduto. Le sue lacune divengono i fori attraverso cui intravedere i tratti paradossali dell’esistere.

Magistrale è allora il ricorso da parte di entrambi gli attori, a una mimica immaginifica che, coadiuvata dalla scelta dei costumi (Alessio Rosati) riesce ad evocare ciò che si sottrae alla concretezza.

In un climax di tensione la vecchia (Federica Fracassi) si sposta trafelata da un lato all’altro del palco, il vecchio (Michele di Mauro) consuma l’attesa. Si prepara ad accogliere un oratore che sembra non arrivare mai.

Non si può più attendere. Il momento è arrivato. Gli ospiti invisibili interrompono i loro muti discorsi, il vecchio esordisce:

L’individuo e la persona sono una cosa sola. Ed io non sono io, sono me stesso dentro un altro. 

 

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