di Giorgia Leuratti

 

 

L’angoscia si fa strisciante in quei luoghi chiusi, si sparge dalla pellicola un affanno claustrofobico che immobilizza, inchioda alle poltrone.
Si apre all’insegna di una celebrazione il Fantafestival di Roma che, giunto alla sua 39° edizione, vede fin dall’inizio la presenza del maestro Pupi Avati.
Presente anche lo scorso 3 Giugno alla conferenza stampa, diviene figura trasversale della giornata inaugurale: se nel corso del pomeriggio la proiezione de “L’amico di infanzia” e “L’arcano incantatore” ne mettevano in luce lo stile registico, le pellicole serali si affermano specchio grottesco di un Avati sceneggiatore la cui scrittura si affianca ora alla direzione di Lamberto Bava (“Macabro” 1980), ora a quella di Fabrizio Laurenti (“La stanza accanto” 1994).
Distillata, poi sempre più efferata la ferocia catalizza i tempi, ne segue l’evolversi per poi trovare le sue cause in un passato dai tratti torbidi, confusi; emerge in violenta eloquenza la deformazione della psiche che nell’uno come nell’altro film è causa e conseguenza, esito ed innesto della storia.
Se nel lavoro di Bava il terrore è traccia onnipresente che oscilla altalenante dall’inizio alla fine, nell’opera di Laurenti essa aspetta la fine per esacerbare i suoi risvolti; in entrambe le occasioni però, l’ambiguità di un personaggio diventa solletico e terrore che rende impossibile distogliere lo sguardo.
In “Macabro” la follia necrofila di Jane Baker riflette e risponde lo sguardo profondo di due osservatori diversi e perversi: laddove quello irriverente della figlia nasconde un’innocenza solo presunta, quello “cieco” di Robert da represso si rivelerà parimenti attivo e sanguinario.
Diversa appare la condizione che permea “La stanza accanto” dove l’illusione di purezza del protagonista si trascinerà fino alla fine, concludendosi con un’inversione di rotta capace di annichilire tesi e presupposizioni.
Due antinomici sguardi registici trovano un punto di incontro nella resa delle atmosfere: sebbene articolate su un montaggio nettamente differente le inquadrature ospitano nel primo come nel secondo caso primi piani eloquenti, spazi occludenti, ritratti di situazioni apparentemente tranquille che, colpite da una precisa colonna sonora, accentuano i propri tratti perturbanti.
Il raptus, il contagio del dubbio, l’inversione di immaginate conclusioni non solo nello svolgimento ma anche dentro la premessa stessa; non è solo l’orrido la trait-union fra le due storie ma anche e soprattutto la dinamica di un disvelamento grottesco che a tratti raccapricciante ci lascia insoluti, assetati, estasiati fino all’ultima ripresa.
Con particolare attenzione riservata al fantastico “d’essai”, anche quest’anno la direzione artistica e organizzativa è a cura di Michele De Angelis e Simone Starace: saranno loro a farsi tramite per una contemplazione attiva e partecipata che si articolerà fra il Cinema dei Piccoli e il Nuovo Cinema L’Aquila, fino a Domenica 16 Giugno.

 

 

 

 

 

 

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