Le flapper girls ispirano Del Ruth

Sullo sfondo di Employees’ entrance (traduzione letterale, ingresso dipendenti; anche se in Italia fu presentato col titolo di «Guerra bianca») ci sono due importanti avvenimenti, uno storico e l’altro sociale. Roy Del Ruth, o forse sarebbe meglio indicare David Boehm, autore della commedia da cui il film è stato tratto, con grande abilità riesce a raccontare un’intrigante storia senza mai perdere di vista né le tensioni provocate dalla Grande depressione, argomento che resta costantemente in agguato pur non travalicando il soggetto cinematografico, né il fenomeno dell’emancipazione femminile che contrasta fortemente con l’atteggiamento maschilista di Kurt Anderson, il protagonista, un insolente arrampicatore magnificamente interpretato da Warren William. Il quale si prende la libertà di dire, incrociando Polly (la deliziosa Alice White): «Scusa, non ti avevo riconosciuta con i vestiti addosso».

L’azione si svolge praticamente tutta all’interno dei grandi magazzini Monroe, di cui Anderson ne è il direttore, colui che oggi sarebbe l’amministratore delegato, il quale con la sua ferrea (forse addirittura spietata) intransigenza riesce a mantenere un fatturato molto alto, a costo di vivere chiuso nel suo ufficio notte e giorno, controllando ogni singolo incarico (anche il problema degli scarichi otturati delle toilette dei maschi al quarto piano, battuta emblematica che diventa il tormentone della pellicola). Intorno ad Anderson ruotano sia gli interessi economici dell’azienda che la vita dei suoi dipendenti (circa 2000). Pronto a licenziare chi ha poca voglia di lavorare e chi ormai è stanco e vicino all’età della pensione. La crisi della depressione non accetta sconti, per cui le regole sono fin troppo severe: o si lavora sodo portando idee nuove per la vendita, oppure si va a casa. Per lui, visti i tempi di magra, è un delitto «far figli per poi lasciarli crescere nella povertà». Meglio occupare il proprio tempo per cercare di uscire dall’emergenza.

Wallace Ford con Loretta Young

Tuttavia chi ha voglia di impegnarsi sarà premiato: come Madeleine (l’impeccabile Loretta Young), una ragazza in cerca di uno stipendio, o come Martin West (Wallace Ford) un giovane che sembra avere le stesse caratteristiche professionali di Anderson. La differenza è che mentre il primo mostra anche un lato sentimentale, l’altro resta sempre concentrato sui guadagni. Pronto a bacchettare gli azionisti dell’azienda che se ne vanno in giro per il mondo con lo yacht, e a condannare i banchieri che si intromettono nel suo operato, avendo nelle casse il danaro che lui stesso ha guadagnato con il sudore e l’impegno suo e dei suoi subalterni. L’attacco alle banche è feroce, quantunque potrebbe essere ancora attuale.

Negli Stati Uniti, nelle metropoli naturalmente, dove ferveva la vita spensierata del primo dopoguerra, il decennio felice che dal 1919 al 1929 trascorse tra fiumi di alcool clandestino e locali sempre più allegri, la figura della donna era diventata pubblicamente determinante per il divertimento degli uomini (non più relegato a un postribolo). Coloro che avviarono il cambiamento vennero chiamate flapper girls, dal nome di un uccellino che sbatte velocemente le ali, per individuare quelle fanciulle vivaci e irrequiete, le quali per dimostrare la loro indipendenza vivevano rinnegando l’antica educazione ricevuta da indigenti genitori. Furono le flapper girls, che per prime si tagliarono i capelli, marcando a fondo con il trucco i contorni delle labbra e degli occhi, vestendo abiti corti con frange e piume, a far decollare il ruggito festoso e spensierato di quell’epoca. Divennero così il simbolo dell’emancipazione femminile: grazie a loro migliaia di altre ragazze americane si accorciarono le chiome per indossare i deliziosi cappellini, tipici della fine degli anni Venti, quelli che Adrian, costumista sopraffino, fa scivolare sul capo di ogni attrice, non sbagliando mai la pettinatura adeguata al viso.

Loretta Young con Alice White

Fu la considerazione che le flapper girls ottennero nella società maschilista a spingere le ragazze della generazione successiva a prendere iniziative anche nel mondo del lavoro, che fino al 1920 sembravano impossibili. Ed ecco che a metà strada tra una flapper e un’impiegata con mansioni speciali c’è il personaggio spensierato di Polly, una ragazza vivace e piena di ardimentosa passione per le smorfie più leziose e i vezzi più audaci, armi che servono a distrarre certi omaccioni che altrimenti ostacolerebbero gli affari di Anderson. E soprattutto soltanto grazie alla rivoluzione sociale delle flapper si spiega l’atteggiamento intraprendente di Madeleine, ragazza premurosa e sfacciata, indipendente al di là del legame matrimoniale ma fedele ai principi dell’amore. Ben due volte, infatti, cede alle richieste (sessuali naturalmente) dell’inesorabile Kurt Anderson: la prima da nubile per ottenere il contratto di lavoro, la seconda addirittura da sposata, benché colta in un momento in cui la sua volontà fosse annebbiata dallo champagne. Madeleine, malgrado il peccato commesso nei confronti dello sposo, non mostra mai un briciolo di pentimento, ma appena sente gli artigli di Anderson che stanno per impossessarsi della sua felicità matrimoniale, si ribella pur sapendo di perdere il posto di lavoro. Difende se stessa, difende il suo uomo, difende i sogni e le speranze future di una coppia appena sposata.

Come nelle migliori commedie romantiche, anche qui l’happy end prevede la strenua difesa del bene che prevale sui mali di una società già ubriacata dall’angoscia del dio denaro.

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Employees’ entrance (Guerra bianca). Un film di Roy Del Ruth del 1933, tratto da una commedia di David Boehm. Con Warren William (Kurt Anderson), Loretta Young (Madeleine Walters West), Wallace Ford (Martin West), Alice White (Polly Dale), Hale Hamilton (Franklin Monroe), Albert Gran (Denton Ross), Marjorie Gateson (Mrs. Lee Hickox). Sceneggiatura di Robert Presnell Sr. Costumi, Adrian. Regia di Roy Del Ruth. Per la rassegna «Hollywood proibita. Il cinema senza censure del Pre-Code» al Palazzo delle Esposizioni, sala Cinema

Foto in evidenza: Warren William e Alice White

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Davide Tovani

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