L’austerità della scena ghiaccia la comicità delle «Comari»

Alessandro Benvenuti è il Sir John Falstaff riscritto da Ugo Chiti. Shakespeare: due donne insieme possono aiutarsi a vicenda

Nell’immagine che riempie la brochure che il teatro Quirino distribuisce nel foyer, si nota Alessandro Benvenuti, bianco per antico pelo, con il pancione posticcio di Sir John Falstaff, che sta per afferrare un mappamondo leggiadro (simile a quello del dittatore di Chaplin, per intenderci). Quel che nella foto risalta, però, al di là della presa del globo, è la forma geometrica del tondo, un cerchio perfetto, o una sfera, una linea morbida che nasce e muore da uno stesso punto, e soprattutto la leggerezza dell’oggetto. La bella scena ideata da Sergio Mariotti per Falstaff a Windsor, con la regia di Ugo Chiti, invece offre una visione d’insieme di sole rette perpendicolari: verticali, determinate da cinque coppie di quinte laterali rigide, e orizzontali, segnate da tre livelli che dal proscenio crescono gradualmente verso il fondo.

Si tratta di una elegante scatola scenica – si direbbe la più classica anche se ultimamente potrebbe sembrare una rarità – pronta ad ospitare una tragedia più che una commedia. Non basta colorarla con vari effetti luminosi per scioglierla dalla sua natura spartana, dura, austera; un carattere severo che incombe su tutta la vicenda: a meno che non la si ammorbidisca riempendola con le sinuosità di oggetti che simboleggiano le varie ambientazioni. Invece, tutti e cinque gli atti – ridotti dall’adattamento di Chiti in un unico luogo indefinito – vengono proposti nello stesso spazio, modificato solo dai cambi di luce. Mi chiedo: se Chiti, per la foto simbolo dello spettacolo, ha sentito (giustamente) la necessità di un elemento sferico e leggero tra le mani del protagonista, perché in scena è tutto è così rigido e fermo?

Alessandro Benvenuti. Foto © Serena Pea

Un simile ambiente, benché elegante e teatralmente raffinato, richiedeva una regia diversa. Nel modo in cui, invece, è stato usato diventa poco accogliente per la vicenda di due anziane signore che si divertono giocando d’astuzia ai danni del vecchio panciuto buffone e dei rispettivi consorti. Inoltre la riduzione di Chiti, che ha mantenuto il personaggio di Falstaff abbastanza fedele alla figura originale scespiriana, cancella totalmente gli intrighi amorosi di Anne Page, che non costituiscono soltanto la porzione sentimentale della commedia, ma ne determinano l’equilibrio tra il serio e il faceto. Soltanto se la bilancia oscilla da ambo le parti, la comicità si alterna alla commozione; quando si propone un unico gusto, dopo un po’, questo diventa stantio e non fa più ridere. E infatti si ride poco, sia per l’austerità scenografica che pesa sulle battute, ghiacciandone la vivacità, sia per il tema univoco privato dell’anima più calorosa.

Le gesta di Falstaff qui si susseguono senza interruzione in un continuo passaggio di luoghi che, però, visivamente restano sempre i medesimi. Anche questo non giova a rinnovare l’attenzione del pubblico, distolta soltanto dall’ingresso (primo tempo) in controluce di due donne che piegano un lungo drappo; e poi da una cesta (secondo tempo) trasportata da due finte lavandaie. Nel complesso la regia, non essendoci pretesti per creare situazioni alternative, risente dell’austerità scenica e dell’assenza di qualche ingombro che avrebbe aiutato a movimentare circostanze rimaste asciutte.

All’improvviso, però, un tuono annuncia un temporale e la pioggia comincia a cadere violentemente, ma è soltanto una proiezione video sul fondale sostenuta dalla registrazione di un acquazzone. L’effetto della pioggia in scena, anni fa, era una sfida che impegnava registi e scenografi tanto nell’ideare un artificio, quanto nel realizzare una suggestione che solitamente portava il pubblico, incantato dalla magia, all’applauso fragoroso. Oggi, con l’aiuto della tecnologia, lo spettatore si deve accontentare di una pioggia didascalica e anche un po’ triste.

Elisa Proietti al centro. Foto © Serena Pea

Del valore degli attori, purtroppo, non si può scrivere nulla, o quasi: non essendoci una locandina dove sono menzionati personaggi e interpreti, a parte il protagonista, è impossibile individuare l’identità degli altri. Tuttavia, scorrendo le informazioni sul web, ho rintracciato il nome di Elisa Proietti nel ruolo della giovane dama di compagnia, claudicante e spiritosa, capace di disegnare il personaggio che maggiormente caratterizza l’atmosfera giocosa dell’intera vicenda.

Una nota che riguarda il sociale contemporaneo. William Shakespeare scrisse Le allegre comari di Windsor, da cui il testo di Chiti è liberamente tratto, nel 1600 (anno più anno meno), ponendo al centro della vicenda due donne che insieme riescono a mettere alla berlina contemporaneamente due uomini, anzi tre. Con il sorriso e con il divertimento smascherano i loro cattivi comportamenti ridicolizzandone pubblicamente i propositi. È un auspicio ipotizzare che oggi una donna possa aiutare un’amica a evitare il peggio, oppure è proprio la solitudine di ciascuno di noi a impedire il mutuo soccorso?

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Falstaff a Windsor da William Shakespeare (liberamente tratto da Le allegre comari di Windsor), con Alessandro Benvenuti, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Cioni, Paolo Ciotti, Elisa Proietti. Scene, Sergio Mariotti. Adattamento e regia, Ugo Chiti. Teatro Quirino, fino al 28 gennaio

Foto di copertina: L’elegante scena di Sergio Mariotti «Falstaff a Windsor» da Shakespeare Foto © Serena Pea

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