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L’assedio dei corpi

L’esordio di Stefania Rocca nel lungometraggio rilegge il sacco di Otranto in una dimensione atemporale, dove la danza diventa battaglia.

Nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma arriva L’ora di tutti, diretto da Stefania Rocca, che con questo film firma il suo primo lungometraggio come regista e sceneggiatrice. Il soggetto è di Carlo Capasa e della stessa Rocca, la sceneggiatura porta anche la firma di Federico Calamante, e tra i produttori figurano Louis Nero e Monica Galantucci. Liberamente ispirato al romanzo di Maria Corti, pubblicato nel 1962, il film vede una flotta nemica avvicinarsi a Otranto, città di confine fra Oriente e Occidente, in un tempo indefinito: la comunità deve scegliere se fuggire, sottomettersi o combattere. Le musiche sono di Antonio Fresa, il cast corale è guidato da Alice Pagani nel ruolo di Idrusa, con Simone Coppo, Eleonora De Luca, Ignazio Oliva, Giulia Petrungaro, Antonio Monsellato e Alessio Boni, il Capitano Zurlo, e con i danzatori Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko. 

Alice Pagani nel ruolo di Indrusa.

L’ora di tutti si colloca deliberatamente fuori dallo spazio e dal tempo. Stefania Rocca sospende Otranto dalla realtà storica per fare del sacco del 1480 una battaglia sempre valida, una vicenda che nessun secolo ha chiuso e che continua a interpellare il presente. Questa ambizione prende corpo nei luoghi e nei costumi, privati di riferimenti temporali precisi, e arriva a toccare la lingua stessa, con personaggi che si esprimono in dialetti diversi. L’effetto complessivo è di forte disorientamento, che investe già la linea narrativa principale. A sovrapporsi a essa intervengono visioni oniriche, pensate per rendere visibile ciò che è astratto e spesso di significato indecifrabile: sequenze di bellezza solo formale, prive di una funzione riconoscibile, che finiscono per spezzare un ritmo già lento.

Questa battaglia combattuta attraverso i corpi e la danza rivendica il diritto di Idrusa a scegliere della propria vita, in un corpo che per Rocca desidera e resiste, e rende omaggio alle donne che hanno difeso Otranto, a cui la regista dedica il film. Sono propositi legittimi, a cui il film sacrifica tutto il resto, compresa la tenuta del racconto. Restano aperte molte domande, legate ai buchi di trama: personaggi che prendono decisioni e agiscono in modo incoerente, senza una ragione apparente, e un discorso sulla libertà del corpo affidato a una spiegazione didascalica da sussidiario, recitata in modo debole. Di una scelta espressiva che vorrebbe fare del corpo il vero territorio del racconto, a funzionare restano solamente le battaglie danzate, coreografie interpretate dagli attori insieme agli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, che cercano di rendere la violenza fisica, universale, quasi rituale. Il resto della resa fallisce, a cominciare dalla Vestale di Nicoletta Manni, che Rocca descrive come figura della memoria che fonde elementi cristiani e pagani, storia e mito. Le sue apparizioni, che attraversano il film, per quanto sia un piacere vederla danzare, risultano prive di senso: nessun apporto alla storia, alla costruzione dei personaggi o alla definizione dell’ambientazione. 

Altrettanto irrisolta resta la mescolanza di dialetti parlata dai personaggi, che non restituisce l’idea di una comunità al di sopra del territorio e induce a chiedersi se la regia ricordi dove si trovi Otranto. Il punto più basso lo tocca Alice Pagani, che conserva il proprio accento milanese e vi innesta, di rado, qualche parola pugliese. La sua interpretazione di Idrusa pesa sull’intero film: le note di regia descrivono un corpo che si ribella prima ancora di trovare le parole, ma intonazione, espressività, movimento e gesti rivelano un personaggio scritto sulla carta, privo della tensione interiore di chi sta per esplodere dentro una rete di regole, e la voce suona come una lettura del copione. Il lavoro sull’attrice e quello sulla definizione del personaggio risultano entrambi falliti e, trattandosi della protagonista, il difetto contagia la struttura di un film già claudicante.

Nicoletta Manni nei panni della Vestale.

A sovrastare gli altri intenti del film, più nobili benché poco riusciti, è la difesa della fede cristiana intesa come difesa di sé. Un film che rifiuta il costume e si rivolge a ogni epoca, quindi anche alla nostra, risulta incoerente nel puntare così tanto su un tema che nell’Italia del 2026 non rappresenta evidentemente un problema da affrontare. Ne esce così un film faticoso da seguire sul piano del ritmo, che lascia lo spettatore forse più confuso di prima, con un cast che non regge la prova e un difetto comune a molte opere recenti: una cura estetica spiccata, senza altro che la sostenga.

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L’ora di tutti – regia di Stefania Rocca – soggetto di Carlo Capasa e Stefania Rocca – sceneggiatura di Federico Calamante e Stefania Rocca – fotografia di Stefano Tramacere – montaggio di Marco Rizzo – musiche di Antonio Fresa – con Alice Pagani, Simone Coppo, Eleonora De Luca, Ignazio Oliva, Giulia Petrungaro e Antonio Monsellato, e con Alessio Boni, con la partecipazione di Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko – prodotto da Stefania Rocca, Louis Nero e Monica Galantucci, per Ora One Production e Louis Nero Film, in associazione con M74, in collaborazione con Rai Cinema – Festa del Cinema di Roma 2026, sezione Grand Public  – 20 ottobre, Teatro Studio Gianni Borgna, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma

Foto – © Ufficio Stampa

Festival Cinema
Noemi Vaneffi

L’assedio dei corpi

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