di Paola Tiriticco

 

Il dolore e la fatica di vivere e lavorare in un reparto psichiatrico e quella mano tesa a cercare un contatto. Poesia, filosofia, medicina e umanità di Paolo Milone

Legame: in senso concreto, qualsiasi cosa con sui si lega o che tiene legato.  Più frequente in senso figurato, vincolo morale o sentimentale: legame d’amicizia, legame intimo, legame di sangue. (Dizionario Treccani)

Parte già dal titolo, “L’arte di legare le persone” (Einaudi),  da questo doppio significato, la magia del libro di Paolo Milone, una magia che è ambivalente, inafferrabile, è la visione di una realtà da interpretare, che è impossibile imbrigliare in regole o preconcetti, una realtà difficile che somiglia moltissimo all’essenza poliedrica dell’uomo.

Paolo Milone, psichiatra genovese, classe 1954, ha lavorato prima in un Centro di salute mentale e poi per 40 anni in un reparto ospedaliero di Psichiatria di urgenza e questo è il suo primo libro.

Un libro sulla malattia psichiatrica che è un libro di poesia, un inno agli esseri umani, un esercizio di empatia, di ironia, di medicina, di riflessioni morali, di scetticismo, di religione e di ateismo e solo alla fine è anche un romanzo.

Una sorta di Antologia di Spoon River che tratteggia con una serie di pensieri i personaggi che si delineano pagina dopo pagina, con una prosa diretta, asciutta e mai banale, così come le riflessioni del protagonista che parla in prima persona, alter ego dell’autore.

È un libro permeabile dove la vita quotidiana irrompe ovunque con tutta l’ironia di chi ha a che fare da 40 anni con la mente umana.  Dalle espressioni che gli altri fanno quando sanno che sei psichiatra, alla domanda ingenua, ma non tanto, della figlia di amici a una cena, su come faccia a guadagnare e se davvero ci sono abbastanza pazzi per permettergli di avere uno stipendio.

Milone sorride sornione e dimostra che potrebbe agevolmente vivere già solo con gli abitanti di quel palazzo.

Il Reparto 77 non è avulso da ciò che lo circonda, anzi Genova è una protagonista, sempre presente con il suo carattere e con le caratteristiche che influenzano, alleviano, addolciscono, inaspriscono, consolano, agiscono come un balsamo.

Una Genova da capire con i suoi carrugi, con gli spazi angusti, specchio della claustrofobia del reparto e di tante menti chiuse nella sofferenza.  Una città che diventa co-primaria quando il protagonista del libro si trova a inseguire un paziente fuggito, correndo a perdifiato nelle anguste vie, deserte nella notte, fino a Caricamento dove il mare blocca la fuga.  Il mare altro elemento chiave, un mare che contiene e nel quale però ci si può anche perdere.

Perché mi piace vivere davanti al mare? Lontano dal mare ci sono scocciatori intorno a te per trecentosessanta gradi… davanti al mare solo per centottanta. Il resto è acqua.

 Essere genovesi è un modo di essere:

Cesare, smettila di dare antidepressivi a tuti i genovesi che incontri. È vero i genovesi si lamentano tutti, ma non sono depressi. Tu che vieni da Roma, devi imparare la diagnosi differenziale.  Il mugugno ha i suoi canoni, è musica popolare. È un blues laico, che parla della fatica dell’uomo ma non cerca nessuna salvezza.

Pazienti che soffrono, che cercano aiuto e a cui lo psichiatra tende una mano per non farli precipitare in un buco nero, ma null’altro può; non ha soluzioni, medicine miracolose, frasi risolutive, forse solo piccole parole magiche che nulla spiegano né del malessere né della terapia, ma tutto dicono dell’empatia tra uomini: “stiamo andando benissimo”.

Dicevo che “L’arte di legare le persone” è un libro poetico, anzi è veramente poesia, nella capacità di tratteggiare con poche frasi tutto un mondo, nello scandagliare l’animo umano e le sue debolezze messe a nudo dalla malattia.

I matti sono nostri fratelli. La differenza tra noi e loro è un tiro di dadi riuscito bene- l’ultimo dopo un milione di uguali- per questo noi stiamo dall’altra parte della scrivania.

In questa discesa nella mente umana anche noi ci perdiamo dietro ai personaggi e ai loro dolori, il sorriso ironico di Lucrezia, la rabbia di Filippo e i tanti che passano nelle stanze del reparto, dissociati, schizofrenici, depressi. I molti che non si sono potuti aiutare nel capitolo dedicato ai suicidi, dove la scelta di non vivere non è più una scelta libera ma un destino che si subisce dolorosamente e anzi si vorrebbe con tutte le forze evitare.

Ci sono poi i colleghi, le infermiere e gli infermieri, ci sono le notti passate a cercare un punto di contatto con l’ultimo paziente ricoverato in pronto soccorso, agitato, impossibile da avvicinare, se non con il rischio di essere feriti ed è là che si decide di sedare o a volte di legare.

Ecco l’ambivalenza del titolo che ritorna, laddove non posso trovare la scintilla della mente che mette in relazione due esseri umani, dove anche solo un minimo contatto è impossibile, sono i legami fisici che cercano di contenere tanto dolore.

È tuttavia impossibile rendere quello che è questo libro, perché ho il sospetto che ognuno ci troverà qualcosa di diverso, a seconda della sua sensibilità, della sua storia, della sua umanità.

È proprio questo il bello.  Non c’è una lezione, non c’è un punto di arrivo, tutto è fluido e siamo impotenti davanti a tanto dolore, ma facciamo l’unica cosa che ci è possibile fare quando cerchiamo di aiutare un altro essere umano, cerchiamo un legame.

 

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