Tra dialetto sabino e musiche dal vivo al Teatro Le Maschere si rivive la vera storia di Bellezza Orsini
Si sente spesso ripetere la cantilena che il teatro italiano stia attraversando una crisi irreversibile, soppiantato dalle comodità dello streaming, ed in parte è vero data la carenza di fondi, ma basterebbe fare due passi a Roma, nel quartiere Trastevere nei pressi di Piazza Induno, per ricredersi subito, anche grazie agli “amanti” del teatro: tra di essi i direttori, le compagnie, gli imprenditori privati, non ultimo il pubblico che partecipa sempre assiduamente. E così in un raggio di appena cinquecento metri convivono infatti tre o quattro, ma fore anche più, sale diverse per scelte artistiche e struttura. Varcando la soglia del Teatro Le Maschere, uno spazio storico attivo da oltre trent’anni, si percepisce chiaramente questa vitalità. L’occasione è la rappresentazione dello spettacolo Bellezza Orsini, inserito nella rassegna Amori Rubati 2026, un progetto curato da Federica Di Martino e focalizzato sul tema della violenza di genere.

La drammaturgia di questa pièce non nasce dal nulla, ma affonda le radici in una vicenda reale tra Quattrocento e Cinquecento. In quel periodo, il Lazio – come probabilmente tante altre parti d’Italia ma non così vicine al papato – era popolato dalle “erbarie”: donne che si tramandavano di madre in figlia la conoscenza delle piante e dei rimedi naturali. Durante le epidemie che colpivano la regione, queste figure svolgevano un ruolo fondamentale nella sanità popolare. Assistevano i più poveri, curavano la comunità e talvolta fornivano persino la “buona morte”. Dei loro estratti beneficiavano tutti, compresi i frati. Tuttavia, nel clima di forte ostracismo della Chiesa verso i saperi empirici esterni alla dottrina – lo stesso contesto di Giordano Bruno – , l’attività delle erbarie venne etichettata come un insieme di “malefici”. La fama di guaritrice divenne così il pretesto per le accuse di stregoneria.
È proprio questo il destino di Bellezza Orsini, nata tra il 1475 e il 1480, figlia naturale di Pietro Angelo Orsini e di una serva della casata. Nel 1528, la donna venne arrestata e processata per stregoneria nella Rocca di Fiano Romano. La sua storia è arrivata fino a noi grazie al lavoro dello storico Michele Di Sivo, che ha ricostruito le carte dell’Inquisizione – tra cui un diario autografo – conservate all’Archivio di Stato di Roma nel volume Bellezza Orsini. La costruzione di una strega, da cui il testo teatrale è liberamente tratto. Bellezza provò a difendere le sue pratiche erboristiche, ma le torture subite in carcere – tra cui quella dell’acqua – la piegarono alla confessione. In prigionia scrisse però un quaderno autografo, documento eccezionale in cui raccontò la propria vita e denunciò le menzogne estorte con la forza.
La regia di Adriano Evangelisti sceglie di portare in scena questo dramma senza cedere a facili moralismi. Non si cerca di stabilire se Bellezza fosse davvero una strega o solo una donna stremata dagli interrogatori e torture, ma ci si interroga sul rapporto tra sapere empirico, dicerie e potere. Sul palco, Maria Cristina Gionta offre un’interpretazione intensa e credibile. L’attrice passa con naturalezza dalla dimensione domestica in cui pesta le erbe nel mortaio alla scena in cui, con un forte impatto visivo, si palesa come la “strega” temuta dagli inquisitori, estraendo un cuore rosso sangue da un animale. L’uso di luci tendenti al blu cavernoso restituisce l’atmosfera delle segrete di Fiano Romano durante le scene dedicate alla tortura.
L’allestimento punta su una scenografia essenziale, integrata dalle voci fuori campo del “popolino”. Sulla scena funziona bene l’adozione del dialetto sabino medievale, che dona immediatezza e permette al pubblico di immergersi nell’epoca. Così come funziona benissimo il tappeto di fogli sparsi, a ricordarci il diario autobiografico che la Orsini scrisse durante la sua prigionia. L’impianto narrativo trova un solido e molto ben curato sostegno nelle musiche dal vivo di Emiliano Ottaviani, che intreccia brani originali e melodie rinascimentali.

Il finale sceglie la via dell’impatto emotivo. Bellezza, per evitare il rogo, si toglie la vita in cella pugnalandosi al collo. La regia chiude con un colpo di teatro: il rombo improvviso di un temporale. Una pioggia che si presta a varie letture: acqua che lava le colpe o temporale che spegne il fuoco del rogo, destino obbligato per coloro che venivano ritenute streghe o stregoni? Lo spettacolo evita risposte pronte e lascia l’interrogativo aperto affidando agli spettatori, che hanno tributato lunghi applausi alla chiusura del sipario, il compito di riflettere sul significato storico e umano della vicenda, anche riscoprendo sia la figura di Bellezza Orsini, sia il periodo storico nel quale la vicenda si sviluppò.
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Bellezza Orsini– con Maria Cristina Gionta, liberamente tratto dal libro Bellezza Orsini. La costruzione di una strega di Michele Di Sivo, Ideazione e regia Adriano Evangelisti, musiche e suoni dal vivo: Emiliano Ottaviani, in copertina Maria Cristina Gionta, Teatro Le Maschere, Roma – dal 15 al 18 ottobre 2026
Foto ©Grazia Menna
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